A Dangerous Method

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La Trama
Siamo alla vigilia della prima guerra mondiale, nel momento in cui la Psicoanalisi comincia a farsi strada come metodo per la cura dei disturbi mentali, incontrando una vivace opposizione della classe medica del tempo. Siamo nel 1904, il giovane Jung (Michael Fassbender), all’epoca ventinovenne, esercita la professione di psichiatra nell’ospedale Burgholzli di Zurigo ed è sempre più affascinato dalle teorie di Freud.

Nell’ospedale viene ricoverata una giovane paziente, Sabina Spielrein (Keira knightley), affetta da una grave forma di isteria che la rende particolarmente aggressiva e violenta.  Jung decide di applicare il metodo di Freud, la terapia delle parole, alla giovane donna.

Sabina è una ragazza russa, di notevole cultura e dotata di una capacità intuitiva fuori della norma. Nel corso degli incontri con Jung emergono le violenze subite dalla ragazza durante l’infanzia da parte della figura paterna, uomo autoritario e violento, condizionando l’espressione del piacere sessuale che risulta essere collegato alla violenza e all’umiliazione. La ragazza migliora sensibilmente e decide, incoraggiata dallo stesso Jung, di intraprendere la carriera di medico-psichiatra. Il caso di Sabina è l’occasione per Jung per iniziare una corrispondenza con Freud, che darà luogo ad una fruttuosa collaborazione.

Freud  (Viggo Mortensen) intuisce le qualità del giovane psichiatra e lo ritiene in grado di essere il suo successore. Gli invia in cura lo psichiatra Otto Gross (Vincent Cassel), cocainomane e con una visione della libertà senza alcun freno morale. Nel corso delle sedute Jung si lascia sedurre dalla visione senza regole del suo nuovo paziente: il piacere è semplicissimo finché non decidiamo di complicarlo, ribadisce nel corso di un incontro.

Jung inizia una relazione amorosa con Sabina, contravvenendo alle regole della deontologia professionale ma come lui stesso afferma: viviamo in un mondo dove bisogna compiere qualcosa di imperdonabile per continuare a vivere. La relazione tra Jung e Sabina, finisce per incrinare il rapporto con Freud a cui si aggiungono divergenze sul piano strettamente dottrinale. Jung non ritiene, come Freud, di ricondurre tutto il disagio psichico alla sola dimensione sessuale.

Il film si conclude con la separazione dei quattro personaggi della vicenda. Freud continuerà il suo solitario lavoro fino a quando sarà costretto ad emigrare  per sfuggire ai nazisti. Morirà a Londra di cancro nel 1939. Sabina, sposata ed in attesa di un bambino, farà ritorno in Russia, dove diventerà la più famosa analista del suo paese, morirà nel 1941 fucilata assieme alle due figlie dai nazisti. Otto continuerà la sua odissea di sbandato e morirà di stenti a Berlino alla fine della guerra. Jung continuerà la sua ricerca fino alla morte nel 1961.

Considerazioni
Ogni film di una certa levatura contiene più spunti di riflessioni e ciascuno di noi coglie quelli che hanno maggiore attinenza e significatività nella propria vita, in tal senso il cinema di qualità può essere un nutrimento per coloro che sono stimolati a accrescere la conoscenza di sé e degli altri. Vorrei proporre gli stimoli che ha dato a me il film. Innanzitutto la storia della presunta amicizia tra Freud e Jung.

Dico presunta perché, a mio avviso, si è trattato di un tentativo non andato a buon fine. Il rapporto tra i due uomini è stato, per espressa volontà di Freud, il rapporto tra il maestro ed il suo discepolo, pupillo se vogliamo, ma sempre a livelli diversi (one up e one down). E’ mancata quella parità tra i due che avrebbe consentito il libero scambio di idee e non solo. In un sano rapporto di amicizia ci possono essere delle differenze culturali, una diversità nelle capacità intuitive e/o previsionali, ma queste sono un patrimonio e non un ostacolo a patto di non usarli per fini personali, non esplicitati.

L’affetto per l’altro impone di conferirgli pari dignità e come tale va ascoltato anche se non ne condividiamo i contenuti. L’altro ci potrebbe far vedere le cose da un’altra angolatura che non abbiamo considerato. E se ognuno rimane del proprio punto di vista, questo non deve costituire motivo per rompere la relazione. Quello che si ama è la persona, non le sue idee o il comportamento. Nel Film, Freud, durante il viaggio in America, dopo aver ascoltato un sogno di Jung ed averlo interpretato, si rifiuta di raccontare il proprio sogno, ritenendo che il contenuto avrebbe minato la sua autorità.

Evidentemente per Freud contava di più conservare il ruolo di maestro che quello di amico. Jung aveva compreso tale atteggiamento e in un lettera inviata Freud, prima della rottura definitiva si esprime con queste parole:” se mi è consentito, lei fa l’errore di trattare gli amici come dei pazienti, questo le consente di ridurli a livello di bambini, cosicché la loro unica scelta è diventare delle ossequiose nullità e nessuno osa dirle, guardi il suo comportamento e decida chi di noi è il nevrotico”.

Si può ipotizzare che la rottura tra i due non sia stata conseguente solo ad una diversa visione sulla natura e sule cause delle patologia psichica, ma all’impossibilità a stabilire un rapporto affettivo di pari dignità, libero da ogni desiderio di possesso o di plasmare l’altro, che avrebbe consentito di rispettare le diversità ideologiche dei due padri della psicoanalisi ed allargare il campo piuttosto che restringerlo.
L’altro aspetto, più inquietante se vogliamo, è rappresentato dal tentativo, che aleggia in tutto il film, di una ricerca continua sulle umane debolezze e del tentativo di controllarle, senza peraltro riuscirvi.

I personaggi che muovono la vicenda, sono totalmente immersi nelle loro passioni più o meno nascoste, manifestando sentimenti inconfessabili e mettendo in atto comportamenti coerenti con il loro sentire piuttosto che con il loro pensare. Il punto di domanda: è possibile per l’umano conciliare i bisogni, i desideri più profondi gestendoli in un modo da non complicare o rovinare la propria vita e quella degli altri?
Bella domanda.

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