Il peso della responsabilità

Print

Prendete una piccola storia, dei bravi attori, un regista attento e sensibile e vi verrà
consegnato un film meritevole di quattro premi Oscar , miglior attore protagonista
(Colin Firth), miglior film (Il discorso del re) miglior regia (Tom Hooper) migliore sceneggiatura originale (David Seidler).
Dimentichiamo per un po' gli effetti speciali, i grandi film epici, i complicatissimi thriller e concentriamoci su di una storia di umanità

 

perché,  nonostante sia un film storico, (dovendo per forza racchiuderlo in un genere) ciò che viene portato alla luce, mentre il contesto storico resta un po' defilato in uno sfondo sfuocato che esalta il primo piano dei personaggi come in una bellissima fotografia, è la storia di un uomo, delle sue fragilità, del peso del suo ruolo in un 'Inghilterra che si avvia a fronteggiare l'insorgere della Seconda guerra mondiale, ma soprattutto la storia di un amicizia, autentica quanto piena di ostacoli, sincera seppur nata da un esigenza ben precisa.

Il film inizia con il Principe Alberto, Duca di York, il secondo figlio di Re Giorgio V, che è impegnato in un discorso alla chiusura dell'Empire Exhibition allo stadio di Wembley (Londra) nel 1925.


Ma il Duca di York soffre di una forma alquanto seria di balbuzie che metterà in imbarazzo gli ascoltatori.
Sua moglie, Elisabetta (Helena Bonham Carter), la futura Regina Madre, organizza al marito un incontro con l'eccentrico logopedista Lionel Logue (Geoffrey Rush).
All’inizio c’è sospetto, sfiducia, ritrosia da parte del futuro re Giorgio VI verso il logopedista e verso i suoi sistemi di certo non ortodossi. Mr. Logue non è per niente riverente nei confronti del futuro re, per lui è un paziente qualsiasi a cui fa domande molto intime e indiscrete. Dopo un tira e molla - peraltro rappresentato in maniera divertente- tra i due si instaura un rapporto fedele, leale, di incontro e scontro, di litigi e riconciliazioni proprio come in un rapporto di amicizia.
Un re senza voce, certo una grande beffa per una persona che dovrà ricoprire il difficile ruolo di rappresentante del popolo.

Come recita un aforisma dello scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafòn “A volte è più facile confidarsi con un estraneo. Chissà perché. Forse perché un estraneo ci vede come siamo realmente, e non come vogliamo far credere di essere.
Il film sembra dare ragione a questo aforisma, duranti i colloqui con il logopedista il futuro re Giorgio VI, alternerà gli esercizi sul linguaggio ad una vera e propria apertura della sua anima.

Il Principe confessa alcune delle pressioni che visse da piccolo: il padre severo, la repressione del suo essere mancino, un doloroso trattamento per raddrizzare le gambe storte ed una tata che favoriva sistematicamente suo fratello maggiore. Dialogo molto toccante recitato con rabbia, rassegnazione nel dover confessare il suo dolore ma anche liberatorio, i lacci delle scarpe strette che imprigionano i suoi piedi sofferenti vengono allentati e il beneficio che ne deriva è consequenziale. Quei metaforici  lacci, durante la frequentazione con Mr Logue, verrano allacciati in maniera via via più morbida.
Cosa rende un film un buon film? La sensibilità. La verità dei personaggi portata alla luce da attori che non “fingono” ma “recitano” con  sincerità.

Il taglio che il regista ha voluto dare al film ci riporta e ci ricorda un rapporto tra paziente e psicoterapeuta. La balbuzie del re è ovviamente un sintomo di tutto ciò che lui crede non essere: capace, forte, “adeguato” al ruolo che deve ricoprire, e a tutto ciò che lui crede essere: un uomo fragile, spaventato, schiacciato dalle critiche di un padre duro come la roccia.

Il Duca di York cura la sua balbuzie e la sua anima nello stesso tempo, confortato dal suo logopedista  che non giudica, ascolta e misura le parole con grazia ma con decisione, ascolta anche con lo sguardo, severo, accogliente, critico e commosso.
La scena finale è bellissima nella sua semplicità e nella sua verità. Il discorso del re viene finalmente formulato. Giorgio VI esce dalle stanze in cui è avvenuta la registrazione- in presenza di Mr. Logue- più eretto,  con un sorriso negli occhi ormai sicuri che rivolgerà al suo logopedista in segno di ringraziamento, ma soprattutto in segno di  amicizia, stima e gratitudine.

Sicuramente con metodi e preparazione differenti avviene nel film ciò che spesso avviene o meglio si crea tra uno psicoterapeuta e il suo paziente. Dapprima la conoscenza della persona, una normale ritrosia all’inizio di un percorso che sarà doloroso impegnativo e “vero” necessariamente vero, perché l’elemento che non deve mancare nel paziente è la lealtà e sincerità ovviamente verso il proprio psicoterapeuta ma soprattutto verso se stessi.

Entriamo in uno studio di psicoterapia avvolti da ragnatele e ne vorremmo uscire spogliati delle stesse, grazie ad un aiuto professionale ( che non dobbiamo avere paura di chiedere quando occorre) e grazie alle nostre forze.



Corso per genitori

Inizio Novembre 2016

Sostegno coppie di separati