Sono come Tu mi vuoi. Il Disturbo Dipendente di Personalità

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Cominciamo col dire che la vera indipendenza non è “né possibile, né auspicabile”, ciascuno di noi è dipendente, in qualche misura, da un “altro significativo” : purtroppo non si può essere felici se non in due. Il “purtroppo” si riferisce alla difficoltà di stabilire rapporti affettivi in cui autonomia e dipendenza siano, non solo condivisi e coscienti, ma modulati a seconda delle necessità del sistema a due. Il che, a mio avviso, è merce rara.

 

Nel trattare del Disturbo dipendente di personalità facciamo riferimento ad una condizione estrema, grave e patologica, in cui il rapporto autonomia/dipendenza è completamente sovvertito e prende forma solo la dipendenza più assoluta. Tale disturbo viene descritto come: "una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che determina comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione, che compare nella prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:"


1) la persona ha difficoltà a prendere le decisioni quotidiane senza richiedere un'eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni;
2) ha bisogno che altri si assumano la responsabilità per la maggior parte dei settori della sua vita;
3) ha difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione (nota per il clinico;
4) ha difficoltà ad iniziare progetti o a fare cose autonomamente (per una mancanza di fiducia nel proprio giudizio o nelle proprie capacità piuttosto che per mancanza di motivazione od energia);
5) può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli;
6) si sente a disagio e indifeso quando è solo per timori esagerati di essere incapace a provvedere a se stesso;
7) quando termina una relazione stretta ricerca urgentemente un'altra relazione come fonte di accudimento e di supporto;
8) si preoccupa in modo non realistico di essere lasciato a provvedere a se stesso.

Il nucleo centrale della personalità dipendente risiede nel postulato di fondo che il soggetto è incapace di vita autonoma e per esistere deve appoggiarsi ad un’altra persona che deve dirigere, nel senso letterale della parola, la sua vita, in tutti i suoi aspetti. La madre di tutte le paure del soggetto dipendente è quella di essere abbandonato e ritrovarsi solo. Questa ipotesi può portare allo sviluppo di emozioni quali paura, terrore ed ansia intensa con un senso di vuoto che lo fa sentire di essere “nulla in mezzo al nulla”.

Le persone affette da questo disturbo, coerentemente con il postulato di base, desiderano una relazione "simbiotica" con chi è in grado di proteggerli dal "resto del mondo" e di prendersi cura di loro. Questo li porta a scegliersi partner con caratteri forti, che assumono nei loro confronti comportamenti di controllo e di dominio. Egli tende a richiedere rassicurazioni e conferme; vive qualsiasi gesto di allontanamento, se pur minimo, come un possibile e doloroso abbandono. Le persone dipendenti hanno un'idea di sé pervasa dalla paura di essere sbagliate, inadeguate, incompetenti, che le rende insicure e con una bassa valutazione del proprio valore e della propria efficacia.

Questa convinzione rinforza la paura di essere abbandonati, sensazione che aumenta la percezione di fragilità e vulnerabilità. Tale dipendenza relazionale, pur rappresentando un equilibrio personale, nel tempo è dannoso per il soggetto dipendente, che sacrifica sé stesso in funzione della relazione e che, paradossalmente, finisce spesso per essere lasciato, in quanto "noioso e seccante" e non degno di stima agli occhi del partner, sortendo, così, l'effetto opposto a quello propostosi.

I soggetti dipendenti sono fondamentalmente persone pessimiste e piene di dubbi su tutte le questioni di fondo. Ritenendo di essere “inadeguate” non si assumono la responsabilità di prendere iniziative, si ritengono degli ottimi  “esecutori di ordini” rispetto ai quali possono anche ottenere buoni risultati. Diventano ansiosi quando, soprattutto in campo lavorativo, si richiede intraprendenza e spirito d’iniziativa. Le critiche ed in generale le disapprovazioni vengono vissute come una conferma della loro mancanza di valore e ciò finisce per alimentare la loro disistima.

Le relazioni sociali sono ridotte e limitate a “persone note” che non hanno nei loro confronti aspettative che non riuscirebbero a sostenere. Da un punto di vista psicologico molti soggetti con questo disturbo sono cresciuti in famiglie in cui i genitori od uno di loro hanno comunicato in vario modo che l’indipendenza è fonte di pericoli. Il soggetto percepisce che lo sviluppo della propria autonomia va in netto contrasto con i desideri delle figure di accudimento e quindi per essere loro “fedele” deve rinunciarvi anche perché in caso contrario potrebbe perdere l’amore di queste figure.

Quest’idea è rafforzata dal comportamento dei genitori che premiano il comportamento dipendente e rifiutano, talvolta in modo subdolo, i tentativi orientati alla separazione e indipendenza.
Accanto a questo quadro, che necessariamente,  per porre diagnosi di D.D.P, deve abbracciare tutte le aree del comportamento dell’individuo, esistono forme intermedie, non patologiche, che comunque limitano la libera espressione di una persona. Spesso ci capita di osservare coppie che sul piano dipendenza/autonomia sono sbilanciate. Uno dei due assume una posizione di comando (up)e l’altra finisce per accettare più o meno passivamente il volere dell’altro (down). Spesso per quieto vivere e perché le eventuali discussioni finirebbero per complicare il menage familiare. La persona che sta nella posizione down cerca di ritagliarsi piccoli spazi di autonomia nel lavoro, nelle amicizie nelle quali comunque non tenderà ad assumere una figura di primo piano ma più defilata, ma comunque meno oppressiva di quella assunta nella relazione più importante.

Questo ritagliarsi piccoli spazi di autonomia sortisce l’effetto di rendere più sopportabile lo sbilanciamento di coppia, e di trovare all’esterno quelle gratificazioni necessarie ad evitare di ammalarsi. E’ come se pensassero che l’importante è andare avanti, anche se i torti che si subiscono fanno male, meglio la rassegnazione che mettere in discussione la convinzione che non meritano una vita migliore e poi non ne sarebbero comunque capaci. In questi casi, come nel DDP, l’elemento di fondo è la scarsa stima che il soggetto ha di sé e che lo porta a vivere ai “margini” di una esistenza che è comunque faticosa da reggere, ma  queste persone non ritengono di avere alcuna alternativa.

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