La sindrome di Robertino

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Una delle scene cult del film Ricomincio da Tre è quella dove Massimo Troisi (Gaetano), nello accompagnare il suo amico Frankie in un giro "evangelizzatore", incontra Robertino.


Si tratta infatti di un ragazzo, oramai sui venticinque anni, complessato e vittima del comportamento soffocante della madre.
Massimo ascolta Robertino subire una sorta di interrogatorio da parte della madre, o meglio "mammina", come lui la chiama.

Il personaggio di Robertino  è senza dubbio” al limite” e, fortunatamente, non di frequente riscontro. Vi sono, tuttavia, tutta una serie di varianti  meno gravi, che talvolta giungono all’osservazione clinica, allorquando si creano dinamiche conflittuali  tra Robertino e la sua compagna. Sulla scorta dell’esperienza fatta con tali coppie, tentiamo di tracciare il profilo delle figure più problematiche: Robertino e Mammina.

Robertino: si tratta di maschi adulti che vivono in una vera e propria soggezione psicologica nel rapporto con la propria madre. Pur avendo una discreta autonomia decisionale, il soggetto deve sempre tener conto del punto di vista della propria madre per non deluderla ed entrare in conflitto con lei. Fare scelte che escludano il genitore è rischioso ed il soggetto lo sa bene: la madre se viene delusa chiude le porte e si allontana emotivamente ed alza il muro dell’indifferenza. Questo è intollerabile per Robertino.

Sentirsi abbandonati non è un’esperienza facile da gestire per chiunque. Il soggetto vive la propria esistenza lungo i binari che la madre ha tracciato per il suo bene, non deve fare altro che seguire i suoi consigli-ordini. E lui lo fa senza sentire il peso di tale situazione, anzi si ritiene fortunato del suo stato. Prova una sorta di venerazione per questa donna che dedica la sua vita alla cura del figlio. Opporsi sarebbe ingratitudine bella e buona.

I guai cominciano allorquando il soggetto decide di prendere moglie. Come per tutte le altre scelte anche questa deve essere sottoposta al giudizio della madre che solitamente non lo fa in maniera molto esplicita, ma vede e sente tutto, per poi riparlarne con il figlio per la decisione finale. L’esperienza di donne che ricordano questa prima presentazione come “un esame” la dice lunga sul clima che si crea in questo loro primo incontro. Ma si sa l’amore è cieco e si pensa che poi le cose cambieranno una volta sposati. Ma non è mai così.

Il riferimento femminile per quest’uomo non è la moglie ma continua ad essere la madre. Telefonate quotidiane, pranzi domenicali tutti insieme danno l’idea che il soggetto pur vivendo in un'altra casa non si è mai mosso da quella dei genitori. Le cose precipitano con tempo perché la moglie comincia ad essere stanca dell’atteggiamento del marito che non prende una posizione rispetto all’ingerenza della madre.

Ciò che maggiormente fa arrabbiare la moglie è che l’uomo non agisce per i “propri bisogni” o per  “proprie convinzioni”, ma per quelle indotte o presunte della madre. Sembra completamente sprovvisto di una linea da seguire, di una qualche progettualità, per cui finisce per stare in mezzo a queste due donne, ognuna delle quali rivendica il primato.

L’uomo è incapace di arginare la madre e prendere seriamente in considerazione i rilievi della moglie che rivendica “giustamente” un’autonomia della coppia, per cui trova più facile rimproverare la moglie che lo spinge a mettersi contro sua madre.
Ci sono situazioni di questo tipo che si trascinano per decenni e finiscono per logorare il rapporto dei coniugi con conseguenze anche sui figli. In alcuni casi avviene una separazione ed il soggetto torna da mammà, in altri casi si continua all’infinito, vivendo da separati in casa.

Anche la morte della madre non sortisce alcun effetto perché il soggetto continua a riferirsi nella quotidianità alla buon’anima: mammina avrebbe voluto così…… così la madre continua vivere dentro di lui.

Mammina: è’ solitamente una donna con le idee chiare su cosa sia bene o male per il figlio. E’ l’unico uomo che conti veramente per lei, è la sua creatura in tutti i sensi, una sua proprietà. Ciò che la spinge a comportarsi in questo modo con il figlio, non è certamente un affetto sano, ma ha bisogno di lui per coprire tutti i vuoti e le frustrazioni della sua vita. Sostanzialmente disprezza tutti i maschi ed il figlio non fa eccezione, solo che gli serve a dare un senso alla sua esistenza e questo basta.

Nell’ottenere i suoi scopi può assumere un atteggiamento palesemente aggressivo e risoluto o viceversa apparentemente sottomesso per ottenere lo stesso scopo suscitando tenerezza e/o compassione. In entrambi i casi la strategia non cambia. Vive la sua vita attraverso quella del figlio del quale non ha nessuna fiducia, come per gli altri maschi della sua vita, perciò l’ha cresciuto nell’illimitata fiducia nella madre e la totale sfiducia nelle sue capacità e potenzialità.

Da bambino lo ha abituato a risolvere lei tutte le questioni che il piccolo si trovava ad affrontare e come se potesse comunicargli: non c’è nessun problema hai la tua mamma che pensa a tutto. Non gli ha insegnato a riflettere sulle difficoltà; non gli ha dato il necessario sostegno in modo che il piccolo potesse risolvere con le proprie forze i piccoli-grandi drammi quotidiani, o a provare la frustrazione derivante dagli insuccessi;
 ha impedito che la sofferenza creasse le premesse per la maturazione del suo bambino.

Si è sostituita a lui in tutte le incombenze della sua giovane vita così da assicurarsi il “lavoro” anche quando il piccolo sarà cresciuto.In pratica  gli ha impedito di crescere, così da rimanere bambino: un bambino ha sempre bisogno della sua mamma, non né può fare a meno anche se all’anagrafe è adulto. Così ogni volta che si presenta uno stress  corre dalla madre per essere confortato e rassicurato.

Il potere di questa madre è il ricatto affettivo che è implicito nel suo atteggiamento: se ti comporti come ti dico, mamma ti vuole bene, se fai di testa tua, ti allontano da me. Deve essere insopportabile per un bambino sopravvivere a questo ricatto e praticamente impossibile scegliere la propria libertà al prezzo di perdere l’affetto della madre. Meglio fare come dice lei così non c’è il rischio di perdere il suo amore, anche se al prezzo di non imparare mai ad assumersi le responsabilità che sono il presupposto per una vita da adulto.
E’ vero, pur di non perdere l’amore della propria madre o dei suoi sostituti, gli umani, grandi o piccoli che siano, rinunciano, troppo spesso, alla propria libertà e dignità. Ma,volendo, c’è sempre una via d’uscita, basta cercarla con determinazione e non aver paura di soffrire o ritenere , come spesso accade, che è troppo tardi per cambiare.


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