La Sindrome di Peter Pan

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Il Romanzo

Peter Pan è un ragazzo che non vuole crescere, che vive in un luogo magico ed incantato, l'Isola che non c'è (Neverland) ove trascorre la sua infanzia “senza fine” assieme ad uno stuolo di creature incantate, bambini, fatine, animali parlanti e pirati.

Nella città di Londra vive felicemente Wendy con la sua famiglia. Una notte Peter incontra Wendy che rimane ammaliata dai racconti fantastici sull’isola che non c’è. Decide così di andare con Peter portando con sé anche i fratellini. Sull’isola conosceranno il terribile Capitan Uncino, i “bimbi sperduti”e la fatina Trilly.

Wendy e i suoi fratellini, passano un po' di tempo sull'Isola finché non sentono la nostalgia di  casa e decidono di tornare dai loro genitori, rinunciando così, all'idea di restare eternamente fanciulli. Dopo aver detto addio a Peter, però, vengono catturati e portati a bordo del galeone dei pirati. Capitan uncino attua la sua strategia: per sconfiggere Peter Pan, venuto in loro soccorso, deve farlo sentire solo e privo di amore, esattamente com’è lui. Quando Peter Pan è a terra, senza più volontà di combattere, e tutto sembra irreversibilmente perduto, Wendy, gli dona il suo "bacio", e gli fa comprendere che lei lo ama, nonostante abbia deciso di tornare a casa.

Quest’atto d’amore permetterà a Peter di sconfiggere definitivamente i pirati facendo divorare Capitan Uncino dal famoso coccodrillo. Il romanzo termina con il ritorno a casa di tutti i bambini, compresi i bimbi sperduti, tutti… tranne Peter Pan, "perché tutti i bambini diventano adulti tranne uno..."

La Sindrome

Per Sindrome di Peter Pan si intende quella condizione psicologica  di chi non vuole crescere e diventare adulto. I soggetti affetti da questo disturbo, sono adulti giovani, che rifiutano l'idea di maturare e assumono atteggiamenti tipicamente adolescenziali. Tali atteggiamenti derivano da questo stato mentale di totale immaturità, rifiuto di assumersi ogni responsabilità e incapacità di impegnarsi seriamente in qualsiasi cosa che sia minimamente di intralcio alla propria spensieratezza e serenità.

Perché una persona adulta non dovrebbe assumersi le responsabilità verso sé stesso e verso gli altri quando è del tutto naturale che ciò avvenga? Si può ipotizzare, che dietro l’atteggiamento di godersi la vita e pensare solo al proprio benessere, si nasconda la paura di non sentirsi adeguato ad affrontare la vita con le sue vicissitudini. Ma questo spiega solo il parte il rifiuto di crescere.

Si tratta in genere di persone con un buon quoziente intellettivo che fanno delle  scelte  dirette alla sola gratificazione materiale. Il pensiero ed il comportamento di queste persone è tipicamente adolescenziale, si comportano come quei giovani egocentrici che amano solo il divertimento, e la programmazione viene bandita come superflua. Pensano  “Poi si vedrà… “ Vivono euforicamente nel presente, in un mondo ideale privo delle regole e dei doveri del mondo degli adulti.

Sono ostinati ed ostili nel loro atteggiamento, e se qualcuno cerca di dissuaderli dal loro comportamento la loro reazione è sintetizzata nella seguente espressione: “puoi pure continuare a dirmi cosa fare, tanto non lo faccio”. Per un verso o per un altro non ascoltano nessuno e vanno dritti per la loro via.

Ma cosa sarà mai capitato nell’infanzia di queste persone da rendere così difficile l’ingresso nel mondo degli adulti? La psicoterapia con questi soggetti, che peraltro giungono all’osservazione clinica per problemi di ansia e/o depressione, non avviene certo per una presa di coscienza del rifiuto di crescere; non è possibile delineare un quadro clinico univoco. Gli elementi comuni sono rappresentati dalla introiezione di un modello familiare che non ha stimolato la crescita e l’individuazione.

Sono figli di madri apprensive ed eccessivamente protettive che cercano di eliminare ogni ostacolo dalla vita del bambino, ogni cosa possa determinare una sofferenza o una frustrazione. Il “piccolo di mamma” non deve soffrire, deve essere  accontentato e soprattutto non traumatizzato da discorsi che lo responsabilizzano  rispetto ai doveri della sua età o alle esigenze degli altri membri della famiglia. Deve rimanere nella calda e sicura campana di vetro che è stata preparata per lui.

In realtà la campana “calda e sicura” finisce per essere una gabbia, una prigione all’interno della quale la fiducia in sé stesso del bambino, la sua voglia di misurarsi con le difficoltà ed imparare a tollerare le piccole frustrazioni derivanti dagli insuccessi, la responsabilizzazione rispetto ai doveri, l’adeguamento alle regole, non trovano spazio per maturarsi ed evolversi in comportamenti adeguati all’età.

Sentirsi protetti e sotto un continuo controllo oltre le reali necessità, creano nel bambino l’idea che il genitore, non si fidi delle sue capacità, che sia fragile e non adeguato, altrimenti perché tutta quella protezione? Ciò determina una ostilità inconscia nei suoi confronti che viene espressa con continue richieste infantili di accudimento, con capricci e talvolta con veri e propri attacchi al genitore, ma  soprattutto con la difficoltà di esprimere gratitudine per gli sforzi profusi nell’accontentarlo.

Ma la vendetta più sottile è quella di frustrare le aspettative materne rispetto alle assunzioni di responsabilità, è come se il bambino facesse una sorta di dispetto,” più non ti fidi di me e più io non prendo in considerazione quello che dici”.  Si sa nessuno ama i propri carcerieri, anche se la prigione è calda ed accogliente. Questa ostilità viene rimossa, ma continua ad agire nell’età adulta, si crea una sorta di cliché che si adatta a tutte le altre persone ed alle situazioni. Cambiano gli scenari ed  i personaggi, ma il dispetto continua…..

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