Dal dolore alla violenza

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Vi propongo una riflessione tratta da un bellissimo libro di Felicity De Zulueta del 1993 che ha lo stesso titolo dell’articolo : Dal dolore alla violenza, le origini traumatiche dell’aggressività.

Il libro tratta il tema, purtroppo di attualità, dell’aggressività che può raggiungere anche gradi estremi, allorquando una relazione finisce e appare la possibilità concreta di una separazione. Ogni persona reagisce in modo diverso quando deve affrontare una separazione, questi diversi modi sottendono una diversa struttura di personalità che si trova ad affrontare il problema. Ne descriverò solo alcune, rimandando ad un altro scritto, le ulteriori varianti. Ci sono individui, più spesso uomini, ma anche donne, apparentemente ben integrati nel contesto sociale e familiare. Lavorano e sono apprezzati per il loro impegno, portano i soldi a casa, partecipano in vario modo alla vita familiare, hanno discrete relazioni sociali.

Insomma chi li conosce le considera delle brave persone che fanno la loro parte e, tranne alcuni casi particolari, non hanno grilli per la testa. Danno l’idea della “normalità” ed in effetti finché la loro vita procede nella solita routine, senza eccessivi scossoni, questa idea viene confermata. I rapporti sociali per queste persone sono facili da gestire, perché meno coinvolgenti sul piano emotivo, oltre tutto il loro comportamento è in genere di disponibilità e di apertura verso l’altro, in qualche modo hanno bisogno di ricevere conferme della loro bontà e positività.

In realtà non consentono a nessuno di penetrare profondamente nel loro animo. Nessuno li conosce veramente, tant’è che quando poi si macchiano di azioni riprovevoli, tutti i conoscenti cadono letteralmente dalle nuvole: “sembrava così tranquillo, affabile, non ci saremmo mai aspettati un comportamento del genere”, è il caso di dire un lupo travestito da agnello. Se ci spostiamo sul piano della relazione di coppia le cose cambiano. Perché un tale sistema funzioni e soprattutto duri nel tempo è necessario un coinvolgimento affettivo concreto, si sa quando l’amore c’è, si vede nei comportamenti, non è un sentimento platonico.

Su questo punto sta il grande limite di questa tipologia di persone, per loro amare significa non far mancare nulla al partner e ai figli sul piano materiale. Quante volte sarà capitato di udire nei litigi: “sgobbo tutto il giorno, porto i soldi a casa, non ti faccio mancare nulla, di cosa ti lamenti?”. Purtroppo questa è l’opinione che ha la maggior parte delle persone che attribuisce alla stabilità economica un valore fondamentale, rispetto al quale gli altri aspetti, quelli affettivi, sono considerati una sorta di optional, se ci sono bene, se mancano c’e ne facciamo una ragione. Ma per mantenere salda e duratura una relazione gli aspetti affettivi sono di gran lunga più importanti.

Il nodo centrale della questione è la modalità di esprimere affetto con tutte le implicazioni pratiche collegate: attenzione, capacità empatica nei momenti difficili dell’altro, dialogo, complicità, conoscenza dei gusti dell’altro, delle cose che danno piacere, capire esattamente dove sta l’altro emotivamente guardandolo negli occhi. In sostanza si tratta di mettere l’altro al centro della nostra vita: questo è il modo adulto di esprimere amore. Non è mia intenzione fare poesia, il fatto che tali atteggiamenti non siano di facile riscontro nella realtà non toglie validità a tale affermazione, forse ci siamo abituati a farne a meno, compensandoli in altro modo, ma non funziona, viene per tutti il momento di pagare il conto e, purtroppo lo pagano anche i figli.

Le persone che ho descritto non sono in grado di esprimere un amore adulto, certo non sono pietre, spesso tanti atteggiamenti affettuosi sono legati a stati emozionali momentanei, oppure rispondono al bisogno di non sentirsi rimproverati, in pratica preferiscono evitarsi problemi ed essere lasciati in pace. Quando il litigio è inevitabile con la sequela di accuse reciproche, l’atteggiamento può essere diverso, in alcuni casi la strategia è: l’attacco è la migliore difesa, per cui si ritorcono all’altro le stesse accuse: “perché tu non fai lo stesso?” In altri casi si abbozza cercando di smorzare la rabbia dell’altro. E’ raro che si arrivi ad un chiarimento e la discussione diventa un modo di crescita per entrambi. Ognuno se ne va per conto proprio pensando che deve sopportare la croce dell’altro.

In questi casi la capacità critica sul proprio comportamento è estremamente labile, anche nel caso di ammissioni, non c’è la maturazione emotiva, per cui alla prossima occasione, sarà tutto inesorabilmente uguale. Il risultato finale è che ci si allontana di 1 cm al giorno e senza accorgersene nel tempo si è distanti mille miglia. Il rapporto di coppia procede per vie parallele, ognuno fa la sua vita: il lavoro, i bambini da crescere, il mutuo da pagare, pranzi e cene si susseguono, domani è un altro giorno simile a questo, tutto inesorabilmente uguale, ma finché c’è la salute si va avanti.

L’unico momento di intimità è quello sessuale che dà l’illusione di una vicinanza e copre un’esistenza ormai divisa, ma si sa ci sono esigenze fisiologiche. Arrivati a questo punto la situazione può avere evoluzioni diverse. Se non c’è consapevolezza del disastro del rapporto o altri bisogni prendono il sopravvento (economico, paura della solitudine, il destino dei bambini) si va avanti magari continuando a litigare, la distanza diventa abissale, i rapporti sessuali si fanno più radi o si dorme in letti separati, ma si resta insieme almeno sotto lo stesso tetto. E’ solo questo quello che conta, ci scanniamo, ci ignoriamo, ma la famiglia deve stare unita, ci sono i figli e poi come la prenderanno i nostri genitori e la gente che dirà: pare brutto.

Alla fine la famiglia diventa il peggiore carcere, ma ci prendiamo il buono della situazione, le vacanze, i week-end, le cene con gli amici, il cinema o il teatro, il lavoro, si può sopravvivere. Avete idea di cosa significa per i figli vivere in questo contesto, se i genitori si rassegnano a questo modo di vivere, loro prima assimileranno tutto il veleno, struttureranno la loro personalità su questo modello e, memori dell’esempio, cercheranno compensi di vario genere e le loro scelte future in campo affettivo saranno la riproposizione di tale modello: tanto lavoro per psichiatri e psicologi.

Ricordo che un mio paziente che veniva da una famiglia di questo tipo, aveva strutturato un odio nei confronti della madre per non averlo protetto da tanta sofferenza, era meglio se si fosse separata, avrebbe certamente vissuto più sereno. A nulla erano valse le giustificazioni della madre che non si era separata per consentire a lui e ai fratelli di andare all’università: “tu avevi solo paura di affrontare tante incognite, lo hai fatto per te non per noi”, così disse alla madre. Fate attenzione spesso i figli sono i nostri giudici più spietati quando si fanno le cose usandoli come alibi per coprire le nostre paure.

Ma la situazione precipita nel caso in cui uno dei due si lega ad un’altra persona. In questo caso l’agnello cede il passo al lupo. L’idea della separazione scatena una reazione di impotenza e di dolore con le connotazioni di un’angoscia profonda insostenibile. Il soggetto per proteggersi da questa angoscia che metterebbe in pericolo la propria esistenza psichica (rischio di implosione di un Sé estremamente fragile), si dissocia trasformando il dolore in una rabbia che può avere esiti infausti.

La capacità critica del soggetto è praticamente nulla, è puro istinto. Il partner diventa non più una persona ma un oggetto su cui scaricare la propria rabbia, accuse, improperi, minacce. Tutto il sistema di valori morali, ideologici, collassa, quello che conta è punire l’altro che gli sta facendo il più grande torto, senza che lui abbia alcuna responsabilità, l’atto di violenza viene trasformato in un atto di giustizia. Ma come è giustificare una tale aggressività in persone che il più delle volte dicono di amare il partner e di non poter vivere senza di lui/lei e che poi, sfruttando la propria forza fisica in modo impulsivo ed incontrollato, possono uccidere, aggredire o ridurre in una sorta di schiavitù?

La Zulueta, seguace della teoria dell’attaccamento di Bowlby, ritiene che il comportamento violento è la manifestazione di un trauma infantile, a sua volta causato da un attaccamento”andato male” Per comprendere il valore del “trauma infantile, occorre un breve e sintetico accenno alla teoria dell’Attaccamento.

Il legame di attaccamento che si crea tra la madre ed il bambino serve a fornire protezione al piccolo e una “base sicura” che è necessaria per promuovere un senso di fiducia in sé stesso e di autonomia, in pratica un’identità definita; in questo modo si pongono le fondamenta per le successive relazioni con i pari e più tardi per le relazioni adulte, sia sessuali sia parentali. Di conseguenza quando i bambini sperimentano un attaccamento sicuro alla figura materna, crescendo diventano bambini fiduciosi in sé stessi e hanno successo nelle relazioni interpersonali.

Tuttavia i bambini possono sperimentare un attaccamento ”ansioso” quando la loro unica fonte di sostegno e affetto diventa, a causa di rifiuto di trascuratezza, anche la principale fonte di sofferenza. Tali bambini da grandi finiranno per avere difficoltà personali e di relazione. In altri casi l’atteggiamento distaccato e di rifiuto della madre è di tale intensità da generare una grave compromissione della personalità. In tutti i casi di attaccamento andato male i sentimenti di dolore e rabbia provati in conseguenza dell’atteggiamento materno sono completamente rimossi e spesso succede che, per dare maggiore rilievo a tali difese, il soggetto stabilisce con la propria madre un atteggiamento particolarmente affettuoso e premuroso.

La separazione ripropone il trauma infantile della rottura del legame di attaccamento nei confronti della propria madre. Tale riproposizione genera un’ansia insopportabile (angoscia insostenibile) per l’impotenza in cui viene a trovarsi il soggetto, per difendersi da questo stato d’animo il soggetto utilizza il sistema difensivo della dissociazione che consente di non sentire il dolore e di trasformarlo in una rabbia narcisistica, quella stessa che ha provato in conseguenza degli atteggiamenti della madre e che aveva rimosso.

L’altro viene spogliato di ogni connotazione umana, diventa un oggetto su cui scaricare la propria rabbia. Si tratta di soggetti con personalità estremamente fragile, con nessuna consapevolezza della loro problematicità per cui difficilmente chiedono aiuto, sono pericolosi sia per le azioni che possono compiere e soprattutto perché sono capaci di mascherarsi abilmente e sembrare innocui.

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