Madri sull'orlo di una crisi di nervi

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Non diciamo niente di nuovo affermando che il rapporto tra genitori e figli è divenuto senz’altro più complesso di quello che si poteva osservare qualche decennio fa.

I motivi sono molteplici, le trasformazioni della società e di conseguenza della famiglia hanno svolto un ruolo determinante, assieme al modificato ruolo della donna nell’ambito della famiglia, non più solo madre che cresce i propri figli, ma, tante volte, donna alle prese con i problemi del proprio lavoro: in pratica, per la donna, il carico di lavoro si è duplicato e solo in una parte limitata dei casi può contare sull’aiuto efficace del partner. Sono cambiati pure i bambini, spesso prepotenti e con pretese che vanno al di là delle richieste ragionevoli di un bambino. Chiedono continuamente, sono spesso iperattivi, capricciosi e lamentosi, iperstimolati al di sopra della loro capacità di recezione, hanno l’idea che il genitore sia a sua disposizione per qualsiasi evenienza, è compito suo soddisfare tutte le loro voglie. A tali richieste i genitori spesso cedono pur di porre un freno a quelle continue lamentele e non solo. E’ come se il genitore, magari preso da altri problemi o da bisogni personali, pensasse: faccio prima ad accontentarlo che a cercare di dissuaderlo, in più mi risparmio la sequela di capricci e talvolta di improperi. Vorrei riportare di seguito un breve dialogo immaginario che descrive una situazione tipo in cui le questioni sopra accennate trovano una loro espressione:

La scena si svolge nel salotto di una famiglia come tante, il contesto è quello casalingo, i personaggi sono la Sig. Elvira di circa 40 anni che discute con la sorella maggiore Anna di anni 43, mentre la figlia di Elvira, Gioia di 8 anni, sta guardando un programma alla televisione. Elvira che lavora come impiegata in una studio di un commercialista discute con Anna sulla difficoltà di conciliare gli orari di lavoro con l’inizio della scuola di Gioia. Ad un certo punto……

Gioia: mamma…..mamma… non mi piace questo programma… Elvira (continuando a rivolgersi alla sorella): cambia canale….Gioia: si ma il telecomando sta sulla tavola.. dai prendilo tu…mi scoccio di alzarmi…. Prendilo ti ho detto! Elvira: ma non vedi che sto parlando con la zia , prenditelo da te…alza il c….. Gioia: tu stai sempre a parlare con qualcuno, fai solo quello…. Elvira (risentita ma mantiene la calma) perché non mi occupo mai di te? Gioia: già solo quando non sei al telefono o a lavoro o a litigare con papà… cioè quasi mai… Elvira: non iniziare a lamentarti, faccio tante cose per te.. Gioia: a me non sembra..meno male che c’è nonna..lei si che mi sta vicino sempre, se aspettassi te……

Elvira (sempre più stizzita): allora fatti prendere il telecomando dalla nonna e la finiamo..sto iniziando ad innervosirmi…. Se non vuoi vedere la televisione vai a giocare o a studiare, quest’estate non hai combinato nulla… Gioia: già a te interessa solo la scuola, non ti interessa se sono felice ….sei…… non lo posso dire… Nel frattempo la zia assiste alla scena con un certo imbarazzo e decide di intervenire Zia Anna: (rivolta a Gioia) dai a zia, non essere così indisponente con mamma,fa tanti sacrifici per te,cerca di accontentarti in tutto, ti manda a pattinare,ti accompagna alle feste, dai non puoi lamentarti… Elvira: (sovrapponendosi) hai visto come mi tratta, manco una cameriera si tratta come fa lei, alle volte penso che tutto il mio da fare per lei sia del tutto inutile, sono stanca…chissà quale giorno…..

Gioia: Fai quello che vuoi…tanto a me non importa niente.. le mamme dei miei amici stanno sempre a loro disposizione, tu invece..hai sempre qualcosa da fare…. Elvira: Gesù, ci sono tante cose da fare, se non le faccio io, chi le fa ..tu forse? non alzi nemmeno le mutandine o i calzini che ti togli, per non parlare della tua cameretta che somiglia ad un campo di battaglia…. Per non parlare del bagno…. Gioia: Perché non viene la cameriera a fare i servizi?, vedi… sei bugiarda trovi solo scuse, la verità è che…. Elvira: basta mi hai scocciata, sei come tuo padre, buoni solo a lamentarvi e ad accusarmi, ma nessuno alza un dito per aiutarmi, non vi sopporto più… vi lascerei da soli… dopo tre giorni vi troverebbero sepolti da panni, rifiuti e…… Gioia: te lo devo proprio dire… sei una mamma cattiva….(si alza e va via piangendo)….

Elvira (rivolta alla sorella): non so cosa fare, mi esaurisce con le sue continue lamentele, non mi ascolta.. mi fa disperare. Forse era meglio se lo prendevo quel maledetto telecomando così stavo in pace…. almeno in questo momento…. Zia Anna: sorellina mia, dai non ti abbattere, i ragazzi sono tutti così, perche pensi che i miei sono diversi? È la stessa storia, a me serve questo, quello, se non me lo compri non mangio e muoio, e la colpa sarà tutta tua, ricatti di ogni tipo…. Devono crescere così capiranno i nostri sacrifici. Ai tempi nostri.. ti ricordi.. non si poteva manco fiatare che erano botte…si vede che il mondo è cambiato che ci vuoi fare… sta serena vedi che poi a Gioia le passa.. Elvira: a me, non passa, ogni volta che capitano questi episodi mi sento sempre più debole, quelle accuse mi fanno male dentro, non so se ha ragione perché non le do sufficiente attenzione oppure è incontentabile e non le basta mai niente di quello che faccio, so che…..mi tiene continuamente sulla corda, attaccandomi di continuo, è come se c’è l’avesse con me e non ne capisco i motivi… forse le manca qualcosa…. Forse manca qualcosa anche a me.

Una bella situazione non credete.Naturalmente esistono variazioni sul tema, da quelle più soft a quelle più eclatanti dove la rabbia del bambino al rifiuto del genitore diventa esplosiva con calci e pugni, porte che si sbattono o giocattoli che volano. Sarebbe però un errore considerare la situazione riportata come l’esempio di una bambina viziata e capricciosa che fa da carnefice nei confronti di una mamma che finisce per essere vittima della figlia parchè spesso i carnefici sono stati a loro volta vittime di altri e quindi appena ne hanno l’opportunità restituiscono la cortesia. Lo stesso vale per le presunte vittime che sono state un tempo carnefici ed ora pagano il pegno. In pratica c’è una sostanziale ripetizione del trauma subito a parti invertite. Ma ci sarà occasione di parlare di questo in un’altra occasione.

Ma torniamo a parlare di Elvira e Gioia. Innanzitutto quello che colpisce nella scenetta e purtroppo nella realtà, è la sostanziale perdita di potere tra il genitore e la figlia, sembrano due persone che si fronteggiano sullo stesso piano o peggio a ruoli invertiti, è come se Gioia ragionasse nei termini : siamo uguali per cui posso parlare con te come farei con un mio amichetto o qualsiasi altra persona., posso usare lo stesso linguaggio, incluse parolacce od offese di vario genere. Non c’è timore reverenziale, si è passati dal dare del voi al genitore come si usava un tempo, ad un linguaggio più diretto; spesso i ragazzi chiamano con il nome il proprio genitore e questo crea l’illusione, nei genitori, che crei una maggiore confidenza, vicinanza, in realtà finisce per distruggere quel gradino che dovrebbe esserci tra genitori e figli. Spesso i genitori si vantano di essere degli amici per i propri figli. Non mi pare una buona idea, gli amici i ragazzi se li scelgono da soli e fuori della famiglia, in casa hanno bisogno di qualcuno che li educhi.

Non voglio dare l’idea di un nostalgico del passato, neppure allora le cose andavano bene, altrimenti non saremmo arrivati a questo punto con i nostri figli. C’è una battuta che circola tra i genitori: una volta comandavano i nostri padri o madri, adesso comandano i figli, ma quando viene il nostro turno? La battuta ha tutto il sapore di una sconfitta mista a rassegnazione. E’ vero molti genitori sono rassegnati, lo dice pure zia Anna nella scenetta: dobbiamo aspettare che crescano e comprendano. Quello che la buona zia non sa che i ragazzi cresceranno su questa base e quindi è possibile che non comprendano mai. C’è un’altra espressione che spesso si sente dai genitori che gustano l’impotenza di arginare i figli: “adesso non lo capisci quello che faccio per te, ma quando diventerai genitore anche tu, lo capirai”.

Sentenza lapidaria, ma sarà vero? E’ possibile una certa comprensione sul piano razionale, ma sul versante emotivo riproporranno lo stesso modello di relazione: do a te, figlio, quello che ricevuto io dai miei genitori, niente di più, niente di meno, naturalmente questa affermazione rimane estranea alla coscienza, ma operativa sul piano reale. Sembra strana questa affermazione, cozza contro il vissuto di tanti di noi genitori, che magari hanno avuto un’infanzia, come dire, “problematica” e quindi non vogliono che i propri figli facciano la stessa esperienza, mi risuonano nelle orecchie i proclami detti con la massima della convinzione: i miei figli devono avere tutto quello che non ho potuto avere io. E’ bello parlare dice una mia cara amica. Nei fatti poi le cose non vanno così.

Magari nelle esteriorità succede, ma sulle cose essenziali e mi riferisco ai rapporti affettivi, be, le cose stanno diversamente. Vedete le esperienze negative che abbiamo fatte da piccoli, con tutto il corteo di emozioni che ne conseguono, vengono conservate dentro di noi, a volte le dimentichiamo, altre volte le ricordiamo in particolari circostanze, spesso separiamo il fatto dalle emozioni che proviamo.Una mia paziente mi riferiva: ricordo che mia madre mi rimproverava spesso, mi diceva che ero stupida e non avrei mai combinato niente nella vita, ma questo non mi fa soffrire.

Vi faccio un altro esempio. Ad una amica che mi parlava del figlio di 5 anni che non riusciva a fare disegni che avessero senso, anche se li copiava da un originale, le consiglia di mettersi vicino al bambino e portarlo con la mano a fare un disegno semplice. Lo fece e mi disse che non era stato facile, aveva una grande resistenza a farlo e si stupiva perché riteneva la cosa facile da fare. Poi mi disse che mentre faceva il disegno ha provato una strana emozione, un misto di rabbia e dolore, contemporaneamente le è venuto in mente questo pensiero: ma mia madre non lo mai fatto con me, niente per me, niente per nessuno.

Il pensiero la sorprese e pensò di essere una cattiva madre che non vuole aiutare il proprio figlio nelle sue difficoltà. In realtà l’espediente di farla disegnare con il figlio, ha liberato il ricordo del rapporto con la propria madre, presumibilmente poco disponibile con lei, ed ha provato la stessa rabbia e sofferenza che la disattenzione della madre le provocava. Nella realtà quotidiana la donna non può essere attenta al figlio, si deve comportare come la madre, altrimenti la rabbia e la sofferenza emergono e sono gatte da pelare, molto meglio avere tante cose da fare così non ci si può occupare efficacemente dei figli.

Il risultato di questo meccanismo è che non si esprime la libertà di essere come dovremmo o vorremmo ma si è prigionieri di antichi sentimenti, per allontanare i quali, si adottano condotte difensive. Altra manovra è il senso di colpa della donna, che pur di non affrontare vecchie pendenze con la madre, trova più efficace darsi le colpe. Ma si sa i sensi di colpa, in alcuni casi, sono un modo per non assumersi la responsabilità di ciò che facciamo, ci incolpiamo, paghiamo la tangente e tutto rimane come prima. Domani è un altro giorno, si vedrà. Dal discorso si vanno delineando alcuni concetti che vorrei elaborare.

Ciascuno di noi nella propria infanzia fa esperienze affettive che poi diventano modi di pensare, cioè la personalità si struttura attraverso le relazioni che facciamo con le figure di riferimento, in primo luogo la madre ed il padre. Impariamo in famiglia un modello di relazioni che diventano una sorta di programma che applichiamo in tutte le situazioni di vita che ci capiterà di sperimentare..Il modello che abbiamo appreso è quello che passiamo ai nostri figli e questi lo passeranno ai propri. Alla luce di quanto esposto in maniera necessariamente semplice, ci rende conto che possiamo avere tutte le buone intenzioni di questo mondo, fare tutti i proclami che vogliamo, quello che arriva ai nostri figli è nella sostanza lo stesso modello che abbiamo appreso nella famiglia di origine, possono cambiare le forme,i contesti ma la sostanza è quella.

Una domanda. Pensate che la bambina della scenetta, Gioia, avendo sperimentato nel rapporto con la madre una certa distanza emotiva, forse anche una scarsa attenzione della stessa, con la figlia che avrà da grande, sarà una madre attenta disponibile oppure farà allo stesso modo per non contattare la rabbia ed il dolore che le ha provocato il rapporto con la madre?

Mi piacerebbe sentire la vostra opinione, se l’articolo vi piace, il modo con cui è stato scritto, ed il contenuto, i commenti fatti. Mi piacerebbe ascoltare le vostre esperienze con i vostri figli, l’impotenza che certe situazioni provoca in voi.

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