Gli Attacchi di Panico: strategie della mente.

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Durante la seconda guerra mondiale, nel preparare lo sbarco in Normandia, le varie intelligence degli alleati crearono una serie di falsi messaggi per depistare i tedeschi sul luogo reale dello sbarco. 

Depistare è una tecnica usata di frequente per evitare che la controparte venga a conoscenza delle reali intenzioni e in ultima analisi della verità.


In Psicologia si può dire che il depistaggio sia la strategia difensiva maggiormente utilizzata. Infatti, spostare l’attenzione su un falso obiettivo è un meccanismo di difesa che evita al soggetto di prendere coscienza dei reali problemi che lo affliggono.
L’esempio più eclatante di questo modo di fare sono gli attacchi di panico (AP)


Primo Episodio.

Il soggetto, in apparente stato di benessere, avverte una strana sensazione di malessere che si accompagna, nei casi tipici, a tachicardia, difficoltà respiratorie, variazioni termiche, sudorazione e impressione di poter perdere i sensi da un momento all’altro. Chi, provando questi sintomi, non penserebbe che gli stia capitando qualcosa di irreparabile e che sia giunto il momento di morire? E difatti il nostro soggetto lo pensa e comincia ad agitarsi, chiede aiuto, si fa accompagnare all’ospedale per scongiurare l’evento ritenuto drammatico. Giunto in ospedale, effettuati gli esami del caso e vedendo che gli esiti risultano negativi, comincia a calmarsi. La paura diminuisce e subentra una profonda stanchezza e un rilasciamento tale che la sensazione è quella, come diremmo a Napoli, di aver ricevuto una “mazziata”.

Da questo momento in poi la vita del nostro soggetto cambia radicalmente.
L’idea dominante che lo perseguita è che un nuovo attacco possa ripresentarsi da un momento all’altro e come il primo episodio, senza alcun preavviso.
A nulla valgono le rassicurazioni di medici, parenti, amici sulle sue condizioni di salute, sul fatto che sia sano e che non sia affetto da nessuna malattia cardiaca né da altre patologie, e che si tratti di “cose nervose”. Coloro che soffrono di AP hanno la convinzione di non essere compresi e che sia facile sostenere a parole che nulla di grave possa mai accadere perché solo chi vive l’AP sa cosa si prova in quei momenti.

Con il passare del tempo la paura dell’AP diventa il centro dell’universo del soggetto che vive costantemente nell’attesa del suo ritorno. Per difendersi, prende le opportune precauzioni, esce in compagnia di persone fidate che sappiano all’occorrenza fronteggiare la situazione, evitando autostrade, tangenziali, soprattutto gallerie e metropolitane. Solitamente, l’attività lavorativa non viene compromessa, tranne nei casi giù gravi. Anzi, il soggetto trova una sorta di giovamento nel lavorare perché, in fondo, è una necessità, un dovere e per tanto rappresenta qualcosa di irrinunciabile. Il soggetto, invece, tende a rinunciare alla maggior parte delle attività di divertimento, gite, feste ecc.., il posto più sicuro diventa la propria casa. Quando il soggetto sta male, per strada, ha un solo desiderio: quello di ritornare al più presto a casa.

Il soggetto, progressivamente, riduce la propria autonomia e libertà personale. Egli si considera un malato a tutti gli effetti. Spesso, questi soggetti affermano che preferirebbero avere una malattia grave piuttosto che vivere in quello stato di perenne angoscia.
Quando gli AP si susseguono nel tempo (frequenza e durata sono variabili) senza dare l’esito infausto temuto, il soggetto non cambia atteggiamento mentale giungendo a conclusioni del tipo: “ho capito che non muoio posso stare più tranquillo”, anzi, i dubbi aumentano: “chi mi dice che il prossimo AP sarà come gli altri e non morirò?”. Non schiodano dalla loro posizione, non c’è rassicurazione che tenga.

In altri casi i sintomi fisici sono di natura diversa, più sfumati, ma altrettanto efficaci. Taluni soggetti avvertono sensazioni somatiche strane, si sentono diversi dal solito, notano aspetti diversi del proprio viso o del proprio corpo. Vivono tutto questo con paura, non già di morire, ma di diventare diversi da quello che si è, temendo di perdere il controllo ed impazzire e in tale stato poter combinare guai. L’effetto che producono è lo stesso dei sintomi classici.
Molti pazienti corrono ai ripari assumendo i farmaci tradizionali (antidepressivi, ansiolitici) che producono nella maggior parte dei casi un miglioramento o anche la remissione dei sintomi. Ma anche in questi casi la paura non va via anche quando sono passati anni dall’ultimo attacco.

Spesso, si assiste a casi in cui le persone smettono di assumere farmaci, ma li portano con sè  per lungo tempo perché sostengono che: “non si sa mai, la prudenza non è mai troppa”.


Psicoterapia.

Alcuni decidono di intraprendere un percorso psicoterapeutico.
Visto che le rassicurazioni servono a poco, fatte quelle di rito, il primo punto da affrontare è quello di combattere l’idea che l’AP colpisca a ciel sereno, senza una reale causa. Anche se ai più non sembra, c’è sempre un evento esterno o interno che scatena la crisi. Non sempre è facile identificarlo, ma spesso ci si riesce. Un paziente, dopo un certo allenamento, riuscì a capire che in taluni casi l’AP insorgeva quando si trovava in situazioni in cui era costretto a fare o a dire cose che non desiderava e che gli suscitavano una certa irritazione. Col tempo, comprese che l’AP era un modo per non contattare la rabbia che provava in quelle circostanze  e questo stato d’animo lo spaventava perché era convinto che non sarebbe stato capace di controllarlo e, per tanto, avrebbe fatto un macello.

L’idea di fondo è che l’AP interviene in quei casi in cui circostanze esterne o interne possono far affiorare alla coscienza sentimenti, emozioni, fantasie ritenute dal soggetto inadeguate, inaccettabili rispetto all’idea che lui ha di sé, per cui con l’AP si sposta l’attenzione su un altro versante e quello che doveva essere celato, rimane tale.
Analizzando le caratteristiche comuni a molti soggetti affetti da AP emerge un profilo caratteriale, anche se vi sono delle varianti.


In genere i soggetti con AP:

1) Hanno scarsa autostima, nonostante nelle attività lavorative e quotidiane possano raggiungere ottimi livelli di funzionalità.

2) Sono suscettibili alle critiche soprattutto se queste possono dare l’idea di essere “cattive” persone.

3) Non sanno o hanno difficoltà a dire di no. Come se loro compito fosse accontentare le richieste degli altri e quindi, essere considerate persone “buone”. In tale senso, sono estremamente disponibili. Accontentare l’altro è la loro aspirazione, deluderlo, il massimo del fallimento.

4) Hanno grande capacità di immedesimarsi nei problemi altrui, che finiscono poi per diventare un loro problema. Sono molto scrupolosi e pieni di sensi di colpa se non raggiungono l’obiettivo.

5) Tendono, generalmente, a mettere gli altri al primo posto mentre relegano se stessi nelle retrovie. Hanno un alto senso del dovere, un po’ meno del piacere.

6) Sulle questioni che attengono alla loro vita, in genere, manifestano testardaggine e scarsa capacità di ascolto.

7) Tendono ad essere accomodanti, non amano le liti, ma non sono rare le esplosioni di rabbia, soprattutto in ambito familiare, meno frequenti con gli estranei.

8) Hanno un alto senso della giustizia che li porta ad essere paladini di presunte ingiustizie.

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