Quando la religione diventa una croce

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Nella formazione morale di ciascuno di noi, il pensiero cristiano è un riferimento importante. Il Catechismo, da sempre, segna il momento formativo “decisivo” nelle menti dei giovanissimi.  La Catechesi attuale, seppur con estrema cautela (si sa la Chiesa si muove sempre con lentezza), cerca di proporre un modello che tenga conto dei bisogni materiali dell’uomo senza che questi vadano in contrasto con quelli spirituali. Ma non è stato sempre così.

 

Fino a  qualche decennio fa, un elemento dominante nella professione religiosa era un’attenzione ossessiva al peccato che, come un potere coercitivo, esercitava un controllo sull’agire umano innescando un continuo timore di assumere comportamenti ritenuti immorali e una medievale paura di “bruciare nelle fiamme dell’inferno”. Dio, per come veniva descritto, sembrava quasi una sorta di contabile che esaminava peccati e buone azioni per poi stabilire la collocazione ultraterrena delle anime in base al merito, per cui quelle degne sarebbero state destinate al paradiso, quelle peccatrici all’inferno e in caso di pareggio di bilancio, al purgatorio.

Da ragazzo, ricordo con raccapriccio certe omelie domenicali in cui il Sacerdote puntava il dito sulla lussuria (tra l’altro all’epoca non sapevo cosa significasse, ma dal tono usato non mi sembrava una cosa buona) e sull’ira vendicativa di Dio. C’è da dire che, la sessualità è da sempre il bersaglio preferito dei rappresentanti della religione giudaico-cristiana, infatti, la stretta relazione tra sesso e peccato è una sorta di fissazione mai del tutto abbandonata.

La donna, considerata la depositaria della sessualità, è stata sempre vista come la peccatrice, la tentatrice per eccellenza e quindi il nemico delle aspirazioni spirituali dell’uomo, in pratica: la sua rovina. Ma la visione negativa della donna ha radici profonde.    
A cominciare dalla creazione, Adamo ed Eva non vengono plasmati contemporaneamente, il primo uomo nasce dal soffio divino, la prima donna invece dalla famosa costola: “non è bello che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia uguale “( Genesi cap.2 18-19), quindi Eva è considerata come una sorta di dama di compagnia. Quando i due vengono cacciati dal paradiso terrestre, perché Eva convince Adamo a mangiare l’invitante mela, lei ha la peggio: "moltiplicherò i i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà" (Genesi cap.3 16-17). 


S. Paolo esalta la castità in quanto scelta ideale. S. Agostino ha una visione decisamente più drastica:” l’unico modo per i coniugi di uscire dalla condizione di bestie ripugnanti è quello di astenersi totalmente dal sesso”. Sarebbe stato utile chiedere al santo come avrebbe fatto poi l’umanità a perpetuarsi, ma si sa che  i santi, sollevandosi spesso da terra, ne perdono il contatto. Per secoli questa concezione della sessualità e della donna è stata letta in questa chiave, con tutte le disastrose conseguenze che hanno prodotto.

Per non parlare della masturbazione, nei confronti della quale c’è stato un accanimento feroce. Disperdere il seme al di fuori dell’atto procreativo, in passato, era considerato un peccato grave. Oggi si è più tolleranti, tuttavia continua sempre ad essere considerato un peccato, infatti, persiste il concetto di un atto “sbagliato” che reca offesa a Dio. Non cito, per pudore, i rimedi proposti da preti e talvolta da medici, per eliminare il “vizietto”.

I rapporti sessuali prematrimoniali e quelli al di fuori del matrimonio vengono etichettati come immorali. La morale cristiana, con il suo obiettivo di controllare i bisogni naturali dell’uomo, di voler condizionare le azioni umane, nei modi e nei tempi, finisce per sortire l’effetto contrario; si sa che la privazione accende il desiderio provocando degenerazioni senza controllo.

E’ una paura atavica quella dell’uomo di non essere in grado di comportarsi nel modo migliore se non indirizzato e controllato attraverso norme di vita e dottrine divine.Tutto ciò è determinato da una comune sfiducia nella capacità dell’uomo di distinguere il bene dal male, se non c’è qualcuno che gli suggerisca come agire. Magari non è proprio così.
 

Questo modo di guardare alla sessualità condiziona lo sviluppo psicologico di quelle persone che sono cresciute in un ambiente culturale in cui la religione cattolica detiene un importante ruolo formativo. Certi divieti, spesso associati a minacce più o meno velate, imposti nell’infanzia da genitori, preti, suore, diventano pilastri di riferimento, indipendentemente dal fatto che, in età adulta, si diventi credenti, osservanti o per nulla praticanti.

Molti vivono con sofferenza la propria sessualità, specialmente quella legata ad eventi infantili. Certe esperienze precoci, legate alla scoperta che il proprio corpo sia una fonte di piacere, fanno nascere sensi di colpa che possono lasciare il segno e che si rafforzano quando gli adulti stigmatizzano come negativo quel comportamento. Per esempio, alcuni soggetti affetti da disturbi ossessivi mettono in moto rituali che servono a neutralizzare fantasie o ricordi di esperienze sessuali precoci ritenute inaccettabili.

Il loro vissuto è condizionato da un sentirsi “sporchi/e” e per difendersi da questa spiacevole sensazione, tendono a lavare il proprio corpo continuamente o a diventare maniaci del pulito perché anche solo l’idea della “sporcizia” che li circonda diventa intollerabile. Si affannano a pulire continuamente tutto: la casa, gli indumenti, qualunque cosa anche quando non ci sarebbe bisogno di tanto accanimento. Talvolta, anche un semplice granellino di polvere può essere un elemento di disturbo tanto da indurre il soggetto a pensare : “tutto deve essere lindo e pinto, solo così posso trovare pace”.

Per carità, non è criticabile avere cura della casa, di ciò che ci circonda, vivere nell’ordine e nella pulizia è un’esigenza piuttosto normale. Quando, invece, si prova un accanimento eccessivo e la necessità di pulire diventa un’ossessione che provoca, nel momento in cui viene trasgredita, una sensazione di malessere, allora  non si tratta più di un bisogno del tutto naturale. Un tipico esempio potrebbe essere quello che si verifica quando capita di lasciare i piatti sporchi nel lavello con l’intento di poterli lavare l’indomani perché in quel dato momento si è troppo stanchi per farlo.

In alcuni soggetti, il pensiero di non averli lavati può disturbare il sonno al punto da impedirgli di dormire, perché quei piatti sporchi diventano un vero e proprio incubo. Per tanto, non si trova pace finché non ci si appresta a lavarli, spesso consapoveli del disagio a cui si va incontro si decide di assolvere subito al proprio compito per evitare quel malessere provocato dall’inevitabile conseguente pensiero assillante. Ci sono alcune donne che si trasformano in veri e propri elettrodomestici, nel tentativo di eliminare ogni traccia di sporco e di disordine, si affannano ogni giorno della propria vita e con tutte le loro forze a rassettare.

Niente può fermarle, neanche la stanchezza  provata dopo una giornata di lavoro fuori casa, il pensiero ricorrente è: “quello che va fatto, va fatto, non ci possono essere titubanze o rimandi, altrimenti poi si sta male.”
Naturalmente, questo atteggiamento comporta anche effetti non positivi sugli altri membri della famiglia: il marito è costretto a mettere le pattine appena entrato in casa altrimenti si sporca il pavimento - guai se si trovano tracce di cenere al di fuori della posacenere - se  i bambini o i ragazzi sporcano o lasciano tutto in disordine si assistono a scene apocalittiche con urla e improperi. Esagerato? 

Il tutto viene razionalizzato da chi ha questi atteggiamenti esasperanti con la convinzione che sia positivo essere persone precise, amanti dell’ordine e della pulizia. Per tanto, ciò che prima era visto come un disagio, viene trasformato in un pregio di cui essere orgogliosi, rafforzando in questo modo il proprio comportamento difensivo che continuerà ad essere sempre lo stesso. La mente è davvero straordinaria, immaginate che traguardi potremmo raggiungere se utilizzassimo questa energia per costruire qualcosa di più utile per noi piuttosto che disperderla al servizio delle difese inconsce. 

In alcuni casi, il conflitto è talmente forte da indurre il soggetto ad evitare i rapporti sessuali, come può capitare nelle forme di impotenza o di vaginismo, o  a volere consumare il rapporto rapidamente come in alcune forme di eiaculazione precoce.
Le reazioni possono essere varie, per cui il condizionamento provato può assumere altre forme. Spesso capita che il sentimento di vergogna assuma un ruolo determinante. Infatti, ci sono persone che devono consumare l’atto sessuale completamente al buio, altre che hanno difficoltà a  guardare la propria nudità e/o quella del partner, o  che non riescono a lasciarsi andare a quei preliminari considerati “non canonici”.
Sono tutte espressioni di disagio, magari non particolarmente gravi, ma  indicative della difficoltà a vivere la propria sessualità in piena libertà senza pregiudizi nè condizionamenti.

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