Nè con te, nè senza di te

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nè con te nè senza di te

Questa intuizione di Ovidio “nec sine te nec tecum vivere possum”  ripropone a distanza di secoli un rapporto a due caratterizzato dall’incapacità di mantenere una relazione affettiva sana e contemporaneamente dall’ impossibilità di separarsi definitivamente.

Si assiste ad un vero e proprio “balletto” in cui allontanamenti e riavvicinamenti si susseguono di continuo senza che nessuno dei contendenti sia in grado di prendere una decisione definitiva, come se le due opzioni  separarsi o stare insieme  fossero entrambe impossibili da realizzare.

Naturalmente, come sempre avviene, ognuno avanza le proprie motivazioni per giustificare  questa continua “danza”, attribuendo all’altro ogni responsabilità di quella dinamica, accusandolo di essere inadeguato nei comportamenti “io ho fatto così perché tu mi hai fatto questo”, insomma è un cane che si morde la coda senza fine, senza risultati, solo un vano sfogo di rabbia sterile ed estremamente frustrante.

Le discussioni, lungi dall’essere motivo di chiarimento, finiscono per consolidare in ognuno l’idea che non ci sia più nulla da  fare, parlare è solamente fiato sprecato.
Ci si potrebbe aspettare che la conseguenza naturale di questo meccanismo alienante sia quella di prendere adeguati provvedimenti, ad esempio si potrebbe chiedere aiuto o si potrebbe arrivare a soluzioni definitive come una separazione. Tali evenienze non sono frequenti e spesso dipendono da fattori esterni che esulano dalla decisione della coppia di fare qualcosa di concreto per la reciproca insoddisfazione. Il principio che vige è quello di stare insieme, male ma insieme.

Tale condizione assume caratteristiche solo in parte diverse se si tratta di fidanzati o di coppie sposate o di conviventi.
Nei fidanzati la crisi è solitamente intervallata da brevi separazioni di durata variabile (da giorni a settimane). In questo tempo l’attenzione all’altro non viene mai distolta, ognuno ha il suo sistema per informarsi sul proprio partner, che sia attraverso gli amici o i social network come facebook. L’altro viene marcato stretto, si vuole sapere come si comporta e verificare se esce fuori dal binario.

In nessuno dei due c’è la convinzione reale che tutto sia finito anche se a parole si professano intenzioni diverse. Si assiste a vere e proprie strategie, nelle quali le informazioni seguono direzioni diverse, da un lato si vuole sapere cosa fa il partner, dall’altro si cerca il modo di istigarlo attraverso l’invio di messaggi provocatori e/o minacciosi. Così spesso ci si affida a lunghe confessioni fatte al migliore amico/a  del proprio fidanzato/a, con il chiaro intento di far “spifferare” tutto alla controparte.

Ma il sistema più efficace rimane quello di assumere comportamenti che suscitano gelosia nell’altro come: foto compromettenti, uscite con amici, eccessiva cordialità, ricontatti con ex ecc. Quello che diventa insopportabile per le persone imprigionate in queste dinamiche è che qualcun altro possa appropriarsi di qualcosa che si considera proprio, nonostante la separazione nel rapporto sia ormai ufficiale. Il messaggio che tale atteggiamento sottende è il seguente:   “ è vero che ci siamo lasciati, ma non accetterò mai che tu  sia di un altro(a), questo  mi farebbe impazzire.

Di solito uno dei due  cade nella trappola della gelosia per cui ricontatta l’altro per “cantargliele quattro”, ma questo è sufficiente per riagganciare il filo della relazione perché si pensa che in fondo la gelosia è espressione di amore per l’altro? Così man mano la tensione si stempera e i due ritornano insieme, ma non dura  a lungo perché appena si ripresentano gli inevitabili contrasti, la danza ricomincia.

Nelle coppie sposate o nei conviventi che comunque vivono sotto lo stesso tetto, le modalità cambiano  ma la sostanza è la stessa. In modo particolare, nei momenti di crisi si può assistere a scenette di tipo diverso. In alcuni casi dopo un’estenuante discussione uno dei due prende le valigie (nel caso di donne oltre alle valige anche i bambini) e ci si trasferisce altrove, solitamente a casa di genitori, parenti ed amici.

Ma bastano pochi giorni, nei quali si sperimenta la mancanza dell’altro, delle proprie comodità e soprattutto per non traumatizzare i bambini, si ascoltano i consigli di quanti spingono ad una riconciliazione della famiglia. Così il fuggitivo(a) rientra a casa e tutto gradualmente ritorna alla “normalità” con reciproca soddisfazione, naturalmente guardandosi bene dall’ esprimerla e soprattutto dal fare riferimenti a quanto successo.

In altri casi, la gestione della crisi avviene in maniera meno movimentata, senza valige che vanno e vengono, per intenderci. Dopo la litigata di rito, ognuno si ritira nelle proprie stanze, preferendo il mutismo ed atteggiamenti di totale indifferenza, intervallati da forme di aperta rappresaglia. Prima fra tutte visione di dormire in letti separati, in genere lei nel lettone e lui sul divano. La quotidianità si svolge nell’indifferenza e nel mutismo, nell’attesa che qualcuno o qualche evento rompano il ghiaccio.

In alcuni casi i bambini fanno da pacere: “perché papà dorme sul divano? Mamma sono triste a vedere che tu e papà non parlate…”. Come si fa a resistere al faccino triste di un bambino, così per non traumatizzarli si porta avanti la recita di smorzare i toni della battaglia, ma solo per esigenze educative. Ma non funziona. Si riduce la tensione, si riducono le rappresaglie, ma si resta come separati in casa.

Si ottiene solo che la vivibilità quotidiana è più sopportabile, con una netta demarcazione dei ruoli senza comunicazione, insoddisfacente quanto si vuole, ma in compenso si rimane tutti insieme appassionatamente, ciò che conta è mantenere la relazione, se poi non c’è amore non importa, si fa a meno di tante cose, una cosa in più  che volete che sia.
Ci si chiede come sia possibile accettare una condizione così frustrante?.

Ma ciò che sembra irragionevole sul piano esistenziale trova la sua spiegazione in una serie di motivazioni reali (consce) ed altre più profonde (inconsce).
La separazione, in mancanza d’altro, come opzione per risolvere la questione della incompatibilità fa emergere tutta una serie di paure, prima fra tutte quella della solitudine, soprattutto se si tratta di coppie non più giovani. Le fantasie che possono emergere sono quelle di rimanere da soli a fronteggiare le piccole grandi questioni della vita.

Tutto sommato, è vero che non c’è amore, ma sul piano pratico c’è comunque una distribuzione di compiti. Immaginare di dover far tutto da soli, non è una prospettiva allettante. Di solito si tratta di persone che non hanno una grande stima di sé anche se all’apparenza uno dei due sembra più forte dell’altro. In realtà entrambi sono estremamente fragili e la loro è una sorta di società di mutua assistenza, il coraggio non è una virtù praticata da questa tipologia di persone.


Altra preoccupazione è quella economica, in caso di separazione, le spese aumentano. Due case da mantenere, due contratti della luce, del gas, dell’acqua. Inoltre c’è da gestire singolarmente le attività pratiche e indispensabili come fare la spesa, cucinare che, soprattutto per l’uomo, può essere piuttosto  problematico, essendo il più delle volte abituato a trovare il piatto a tavola, le camicie stirate, la casa in ordine etc. etc. Ognuno ha le sue comodità e può essere duro rinunciarvi.

                                                    
Ma il problema che maggiormente frena dal separarsi è la questione dei bambini . Infatti, generalmente, l’idea di privare i bambini del padre o della madre sembra inaccettabile. Tale pensiero scatena inevitabilmente sensi di colpa e soprattutto la paura che un giorno i figli possano puntare il dito accusatore sul genitore che ha distrutto la famiglia. Questo è un peso che nessuno vuole portare, per cui si aspetta che sia l’altro a prendere la decisione, ma anche il partner, d’latra parte, si pone lo stesso problema e così nessuno agisce, entrambi restano fermi in una sorta di prigione senza uscita.

Nessuno dei due si preoccupa degli effetti che questo sistema familiare ha sull’equilibrio emotivo dei figli. Che razza di modello possono apprendere questi bambini vivendo in un clima di continua tensione, dove le litigate si susseguono, dove l’indifferenza la fa da padrona e la paura che possa capitare l’irreparabile alimenta le fantasie  di questi incolpevoli innocenti?  Se sia meglio rimanere in questo inferno o separare i due belligeranti  ed assicurare almeno un po’ di tranquillità ai figli, è una questione su cui riflettere.

Sul piano profondo i due hanno strutturato una specie di alleanza che consente una sorta di vivibilità psicologica. L’esperienza fatta nelle reciproche famiglie di appartenenza, nelle quali il loro bisogno d’amore da bambini è rimasto inappagato, ha generato un adattamento basato sul limitare le proprie aspettative affettive; è come se ritenessero che i loro bisogni d’amore non avessero importanza o non ne fossero degni.

Da adulti vivono nella paura di vivere da soli, scappano dal dolore, non hanno fiducia in sé stessi quando devono prendere decisioni importanti che possano mettere a rischio le pseudo certezze acquisite nel tempo, si reputano persone non degne dell’amore degli altri. Su queste basi avviene la scelta del partner che deve avere delle caratteristiche simili a quelle di uno dei due genitori, così si ricompatta la vecchia famiglia di origine. Il paradosso di queste situazioni è che apparentemente i due sembrano autonomi in quanto vivono da separati in casa, nella realtà, invece, sono legati da una catena invisibile difficile da spezzare: né con te né senza di te.
Per esigenze di sintesi editoriale, gli aspetti profondi di questa tipologia di legame verranno approfonditi nel prossimo articolo: “ILLUSIONI D’AMORE”.                          

 

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Inizio Novembre 2016

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