“Precarius” la nuova frontiera del lavoro in Italia

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In questi ultimi anni si è diffusa nella nostra società, in maniera sempre più capillare, una nuova figura: il Precario.
Questo termine deriva dalla parola latina “Precarius” che significa letteralmente “ottenuto per preghiera”. In senso più ampio, equivale a dire che  si esercita un’attività con permissione, per tolleranza altrui e solo per il tempo consentito dal concedente.

 

In Italia, il precariato è ormai la condizione generalizzata di instabilità lavorativa nella quale versano una gran parte di giovani e non più tanto giovani.


Schiere di laureati, giunti faticosamente al termine del corso di studi, escono pieni di aspettative dai portoni antichi di quegli atenei, in cui sono germogliate e fiorite speranze più o meno ambiziose.  Come impavidi cavalieri si imbattono nell’affannosa ricerca di una nuova porta d’accesso che  gli garantisca una collocazione lavorativa.
Nella prima fase della piena disoccupazione, ci si sente al centro di un immenso labirinto di possibilità, la cui unica difficoltà sembra essere quella di scegliere la direzione giusta, perché, nonostante tutto, si ha ancora fiducia nelle proprie potenzialità e nel proprio curriculum vitae pieno di qualifiche, corsi e master di ogni genere.

Tuttavia, l’attesa pesa sui sogni di chi è ansioso di costruire il proprio futuro, di assaporare il gusto di quell’indipendenza tanto agognata. Il tempo scorre e quell’ansia aumenta, si trasforma in panico. Giorno dopo giorno quella fiducia si logora perchè tradita da continue delusioni, da una realtà che non si basa sulla meritocrazia ma su altri discutibili parametri clientelari.


I più ambiziosi con coraggio lasciano tutto e partono alimentando quel fenomeno noto ai più come “fuga di cervelli”, gli altri entrano nel limbo dei precari.  Ebbene si, è un limbo di call centers, lavoretti a progetto, contratti a tempo determinato, diplomifici che non pagano e l’elenco continua nei più svariati pseudo lavori a provvigione, a nero, a sfruttamento e così via. La vita del precario è sospesa in una continua altalena di alti e bassi, di speranze e delusioni, di attese e timori.


L’insoddisfazione è solo uno degli effetti collaterali del precariato. Quest’ultimo si alimenta proprio della disperazione di coloro che, nel timore di non farcela, si arrendono a questa dinamica mortificante e inconcepibile in un paese il cui primo articolo della Costituzione recita “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
Con queste premesse, sembra troppo arduo crearsi un’identità sociale né tantomeno raggiungere una stabilità tale da poter staccare quel cordone ombelicale che ancora ci sostiene. Sono pochi i “bamboccioni” per scelta e troppi quelli che non hanno scelta. 

Ma l’equilibrista non può vacillare, per questo pesa bene ogni suo passo senza mai guardare nel vuoto, senza angoscia, perché sul filo della vita bisogna camminare sempre a testa alta ricordandosi che non sempre verrà riconosciuto il proprio valore, ma non per questo bisogna smettere di credere in se stessi.
Che dire, non resta che seguire le proprie inclinazioni naturali, preservare l’ entusiasmo per le piccole cose e continuare a lottare per i propri sogni.
«Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli» Vittorio Alfieri (dalla Risposta dell'autore alla lettera di Ranieri de' Calzabigi).    

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