TV: la fiera delle apparenze

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Negli ultimi anni, per conciliare il sonno mi affido all’efficacia soporifera dei programmi tv. Fare zapping, saltando da un canale all’altro, da sempre ingenera quell’ebbrezza di onnipotenza, quell’illusione di poter scegliere, quell’ubiquità che ci consente di vedere contemporaneamente più canali stando appollaiati sul proprio divano.

 

  Infatti, il telecomando rappresenta di solito un po’ lo scettro del potere e soprattutto in passato, quando nelle case troneggiava un solo televisore, rappresentava spesso oggetto di contesa tra i componenti di uno stesso nucleo familiare. Tuttavia, la tv era un’aggregante scatola magica, forniva spunti di conversazione ed in quell’alternanza di consensi e critiche induceva a dover scegliere cosa guardare non mettendo tale decisione sempre tutti d’accordo.

Oggi la scatoletta in versione digitale è presente in quasi tutte le stanze delle case nel numero dei suoi abitanti, la sua funzione, più evasiva che informativa, è diventata individuale, per cui spesso accade che ognuno fruisca del suo programma preferito in completa solitudine. Ciò che viene trasmesso è in parte il riflesso della società e di conseguenza è anche espressione di quei valori da essa trasmessi.

In realtà è difficile stabilire se il linguaggio pubblicitario, cinematografico e televisivo venga influenzato dai mutamenti sociali o  se, viceversa, detti nuove norme e modelli da seguire condizionando i comportamenti e i gusti delle persone, soprattutto dei più giovani. Tra i vari talent show, fiction e reality sembra quasi che la realtà sia quella vista in televisione, ossia se una cosa è detta in tv allora è sicuramente vera, se il tronista, il personaggio del grande fratello viene osannato come una divinità allora quella fama tangibile diventa l’obiettivo di molti giovani che crescono ispirati da quel modello di comportamento.

La scelta del termine “reality” è fuorviante, perché se quella fosse la realtà sarebbe davvero triste la vita. I protagonisti di questi programmi non sono rappresentativi dei giovani italiani ma solo di una parte e spero anche piccola. Un trionfo di ignoranza, aggressività ed esibizione di sé e del proprio corpo che non può e non deve essere il modello di riferimento.

Sicuramente guardare donne starnazzanti che si accapigliano su un’isola e uomini che sbraitano per primeggiare nella giungla televisiva può scatenare una curiosità a volte morbosa che a confronto una Rita Levi Montalcini, un Piero Angela o una qualunque persona dalle concrete qualità intellettive risulta decisamente  meno attraente e appariscente, almeno in prima istanza.  Sembra che la comunicazione sia manovrata e gestita allo scopo di seminare nelle menti ancora acerbe il seme dell’ignoranza, del cattivo gusto, dell’improperio verbale, del superfluo insomma di tutto ciò che domina la religione dell’apparire.

La realtà  si disperde in una fiera delle apparenze dove tutto è quasi vero, o meglio è percepito come tale, ma in realtà è recitato a soggetto cioè con la tecnica dell’improvvisazione. Dunque tutto appare reale ma non lo è, tuttavia la sfumatura diventa così sfocata per cui gli stessi protagonisti perdono di vista il senso reale delle cose e della vita. Ovviamente non tutto ciò che si vede in tv è antieducativo, violento e superficiale. Essendo specchio della società ne contiene sia gli aspetti positivi che quelli negativi.

Il punto è che tutti i programmi che potrebbero essere interessanti da guardare vengono relegati in orari assurdi, oltre ad essere generalmente poco o per nulla pubblicizzati, con la conseguenza che, in nome del “dio audience”, spesso si decide di sospenderli definitivamente. Criticare i modelli propugnati dalla tv sembra essere il solito discorso retorico e per giunta approssimativo, ma quando questi prendono vita negli atteggiamenti, nei desideri e nel linguaggio della maggior parte dei giovani allora credo ci si debba fermare a riflettere.

La tv è un potente strumento di comunicazione che va usato con intelligenza e in modo selettivo affinché i messaggi non vengano subiti ma scelti. La capacità critica che è alla base di scelte consapevoli si può acquisire soltanto attraverso la conoscenza, cioè quel sapere che  arricchisce la mente e ci consente di sviluppare ideali ed idee robuste tali che i venti delle mode non le recidano in favore di un modus vivendi massificante.
 

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