Teste Napoletane

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La testa - a’ capa in dialetto napoletano - luogo dove è riposta la nostra intelligenza, scrigno imperscrutabile di idee, sede misteriosa della fantasia, ripostiglio immenso dei nostri ricordi, fabbrica inesauribile di sentimenti buoni e cattivi e forse sede di misteriose ed ancor oggi ignote capacita’, e’ sempre stata oggetto di numerosi detti e proverbi nella tradizione napoletana.

 

Quindi di seguito ripercorreremo quanto tramandato a proposito da centinaia di anni a proposito di “capa” nella tradizione partenopea, riservandoci ad una eventuale seconda puntata vista la estrema quantità e varietà di detti.
E così in base al temperamento dicasi “ten a’ capa e’ mbrella” di colui che agisce o parla a vanvera, senza riflettere. Se il soggetto è poco dotato di intelligenza, poco brillante se non addirittura stupido, allora si affida alla testa solo l’aspetto estetico e quindi nasce il detto ”tene a capa solo pe' spartere 'e recchie “.

Un significato simile per “tene a’ capa e’ chiuovo”oppure “capa e’ cucozza”.Analogamente per chi appar sciocco, ignorante ma contemporaneamente un poco folle “tene a’ capa e’ cazzo”… ma il vero matto è però “tuccato è capa”.

 
Dicasi invece di soggetto testardo e cocciuto che rende inutile qualsiasi tentativo di ragionamento “Si lav a’ cap o ciuccio pierd l'acqua e 'o sapon”, ma se trattasi di soggetto ostinato allora costui “tene a’ capa e lignamme” anche se in questo caso potremmo chiamare costui “capatuosto” perché “s’e’ chiavato na’ cosa n’capa”.

Qualora sia un soggetto scriteriato nel comportamento è “capa pazza” o “capa scarfata”. Se non ascolta nessuno ”fa a capa soia” ma se per la sua vivacita’ spesso riferita a bambini, causa un senso di vertigini “fa’ avutà a’ capa”. Quando invece il soggetto è noioso al punto di stordire si può affermare che “ma’ levato a’ capa”.

Talora al sesso si attribuisce la capacità di far perdere la ragione e così abbiamo “A capa ‘e sotto fa perdere a’ capa e’ coppa”.
In relazione al movimento effettuato dalla testa possiamo avere variazioni infinite sul tema. E così ”acala’ a’ capa” che vuol dire sottomettersi e acconsentire subendo una altrui decisione analogamente alla genuflessione oppure “aizà a’ capa“ e cioè ringalluzzirsi o insuperbirsi.

Ancora “ascì fore c’a capa” per colui che adirato sembra addirittura impazzito oppure “caccià a’ capa a fore o’ sacco” per colui che si ribella ad una sottomissione; ciò sembra nascere dal fatto che in passato i contadini trasportassero conigli e galline nei sacchi e talora questi riuscissero ad uscire con la testa all’esterno.
Diremo ”iuto ca’ capa sotto” se trattasi di persona in rovina economica o “ca’ capa dinto a’ cascetta o dinto o’ mastrillo”.

”Levà ‘ capa” vuol significare stordire di chiacchiere qualcuno, cercare di convincerlo a tutti i costi e quindi viene ancor meglio espresso con ”fa’ e’ ppertose n’capa”, ma se trattasi di persona semplicemente chiacchierona ”fa’ na’ capa tanta” o “m’ha schiattato a’ capa”.

Chi di noi almeno una volta non ha ascoltato o detto “da’ ncapa” di fronte ad un intenso profumo spesso proveniente da una bella donna o da bevanda alcolica che riduce la ragione. Ma “da’ ncapa a uno” significa diversamente fare un severo rimprovero a qualcuno, ricordargli i suoi doveri.
Di persona che ha messo giudizio o che lasciando una vita sregolata sta finalmente conducendo una vita giudiziosa diremo “c’ha miso a’ capa a fa’ bene” e  se il soggetto in questione con impegno si dedica a qualcosa di buono e  con tutte le sue forze “a’ miso a’ capa a’ sotto” oppure ”s’ha miso c’a’ capa e co’ pensiero”. Di fronte a forte stupore o meraviglia si potrebbe affermare ”metterse e’ mane n’capa” ma gettarsi in una impresa con tutto se stesso vale a dire “s’è menato e’ capa”.

Con rischio di equivocare diremo ”avè tagliato a’ capa o…” se si afferma per la stretta somiglianza a qualcuno…ma attenzione cambiando semplicemente il tempo del verbo dal passato al presente si ottiene “m’o te tagli a’ capa”… una vera minaccia di morte!

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