Cuccette per signora

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Stazione ferroviaria di Bangalore, India. AKila, quarantacinquenne single, attende di salire sul treno che la porterà in un paesino lontano, in riva al mare. La sua non è una semplice vacanza, ma il risultato di una decisione meditata a lungo e attesa da tempo.

E’anche una prova generale, un esame che dovrà dirle di più di sé stessa e al tempo stesso aitarla a rispondere ad una domanda che da tempo si pone: può una donna vivere da sola?
Nella cuccetta che divide con altre donne, Akila ripercorrerà tutta la sua esistenza nel tentativo di comprendere ciò che è diventata, ma altresì capire cosa fare per riprendere finalmente in mano le redini della sua vita.

Sarà un’esperienza intensa ed unica che regalerà a lei ma anche alle sue compagne di viaggio la libertà di parlare liberamente e senza reticenze di sé stesse, dei propri sogni, speranze, delusioni.
Devo confessare che quando ho letto il libro, mi sono immaginata seduta in mezzo a loro a riceverne le confidenze ed attendere che arrivasse  il mio turno per parlare.

Ho provato una strana eccitazione mista a paura, come quando si è in un parco divertimenti e si sta facendo la fila per salire su un gioco a rischio infarto. Provate anche voi a fantasticare di essere su questo vagone in compagnia di altre donne, delle perfette sconosciute, e ognuno di loro si mette a nudo, narrando senza vergogna, né riluttanza atti, episodi, pensieri nascosti, celati, non solo al mondo, ma anche a sé stesse.

E poi ovviamente toccherebbe a voi. Non è una situazione completamente improbabile, o meglio non  del tutto, somiglia un po’ al gioco della verità, vi è mai capitato di proporlo? A me si, ed è stato sempre un insuccesso clamoroso, ho provato grande imbarazzo negli altri, sia per quanto riguardava il parlare, che l’ascoltare.
Dunque questo è il punto o i punti che vorrei sottoporvi.


Può capitare a volte di entrare in contatto con parti scomode di noi, ossia emozioni,  pensieri, dubbi, desideri, che raramente avviciniamo perché creano disagio, ed il disagio nasce dal fatto che non si combinano con ciò che è in superficie, con ciò che rappresentiamo per il pubblico. Ma il disagio maggiore è dato dalla convinzione di essere “soli” a sentirci così o a provare certe cose.

Ovviamente quest’idea oltre a essere ingiusta è anche errata, e non bisogna certo trovarsi su un treno diretto a Bangalore per capirlo, e tuttavia il prendere ad esempio lo scenario di un romanzo per arrivare ad afferrare certe semplici, ma al tempo stesso complesse verità, mi porta a pensare che forse molte cose non si comprendono veramente perché non se ne parla, ed eccomi arrivata all’altro punto: abbiamo a chi confidare di noi, senza la paura di essere giudicati o il timore di deludere?

Ed infine può sembrare difficile parlare, narrare agli altri ( e sicuramente lo è ), ma avete riflettuto sul fatto che anche parlare a noi stessi di noi, e ascoltarci veramente mentre lo facciamo può essere altrettanto difficile?
Detto ciò sposterei l’attenzione sul dilemma che assilla Akila, ossia: può una donna vivere da sola? Fare una domanda del genere ad una donna occidentale nel 2013, provocherebbe a seconda dei casi o ilarità o indignazione, ma il romanzo in questione è ambientato in India alla fine del secolo scorso, e come si deduce più volte dal racconto, per molte donne, essere realizzate ed appagate significava essere sposate.

Ovviamente una donna può vivere da sola come ben sappiamo e come la stessa protagonista capirà, ma questo quesito ha sollecitato un altro tipo di domanda: quanto siamo veramente autonomi?  Ecco la parola chiave: autonomia, e non parlo di autonomia di mezzi, bensì di sentimenti.
Quanto sappiamo essere autonomi, quanto permettiamo alle persone che amiamo di essere autonomi, come e cosa insegniamo ai nostri figli affinché un giorno diventino autonomi.

E’ pur vero che non possiamo pensare di bastare a noi stessi e non avere bisogno degli altri, ci sono però momenti nella vita in cui dobbiamo far fronte a cambiamenti e situazioni dolorose: un matrimonio che si trascina monotono e silenzioso in cui non ci si dice più nulla, perché convinti di essersi detti già tutto, il prendere atto che i nostri figli crescono e non hanno più tanto bisogno di noi, del nostro tempo, delle nostre cure ed attenzioni.

Siamo pronti per tutto questo?, pensiamo che in simili circostanze riusciremo a contare sulla nostra autonomia in modo da accettare questi mutamenti e non sentirci persi e soli? Possiamo credere che laddove ce ne fosse bisogno sapremmo essere autonomi al punto da “bastare a noi stessi” fintanto che la vita ci offra possibilità diverse?
Per concludere ci terrei a precisare che questi miei discorsi nascono da considerazioni ed esperienze personali, che siete liberi di condividere o meno e ciononostante aver avuto la possibilità di descriverle è per me un privilegio e un’opportunità.


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Inizio Novembre 2016

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