Racconti Domenicali

A cura di Pietro Grattagliano

Si tratta di brevi racconti  pubblicati  sulla mia pagina di facebook nella giornata di domenica. Sono storie di pura invenzione tratte dall’esperienza del quotidiano e dal desiderio di combattere miti e pregiudizi radicati nella nostra cultura. Ciascuna contiene, almeno lo spero,elementi che possano stimolare, in chi lo desidera, una riflessione su noi stessi, sul nostro modo di pensare e di agire e sul mondo che ci circonda. Non hanno pretese letterarie ma solo  raccontare vite che ci riguardano o che riguardano persone che conosciamo, il tutto con ironia ed umorismo. Spero piacciano e mettano in moto i neuroni del cervello.

L'angelo senza ali

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Una mattina, Erotip, Cherubino della Prima Sfera delle schiere angeliche, stanco dell’immobilismo di Dio, decise di appendere le ali al chiodo e di andarsene per conto proprio. Da tempo  era tormentato dai dubbi: era vero che il Padreterno aveva  un piano per ciascuna creatura? E  perché era così inaccessibile?

Gli uomini, pasticcioni com’erano, interpretavano gli avvenimenti nei modi più assurdi e fantasiosi pur di dare un senso alla loro vita e alle loro vicissitudini. A cosa serviva rendere tutto così complicato? Erotip aveva l’impressione, maturata nel corso dei secoli, che  Il mondo non era altro che il grande plastico dell’Onnipotente, che si limitava ad osservare quelle formichine che si agitavano di continuo nella ricerca di qualcosa che rendesse il passaggio terreste meno doloroso.

Tutto sembrava legato al caso, le formichine morte venivano sostituite da nuove nate ed il formicaio andava avanti senza avere altro scopo se non quello di continuare ad esistere. Basta! aveva detto a sé stesso, tagliate le ali, divenne mortale e scese sulla terra.  Erotip voleva conoscere quelle creature, vivendo accanto a loro, e non dall’alto come aveva fatto in passato. Voleva sapere dei loro sentimenti, pensieri, capire cosa avevano veramente nel cuore, essere uno di loro, solo così avrebbe compreso la natura umana.

Si proponeva inoltre di fare qualcosa di concreto per gli umani, non per un comando di Dio, ma per l’amore che nutriva dentro di sé per quelle strane creature che, a suo giudizio, era state abbandonate dal loro Creatore. Così nel corso degli anni non si risparmiò un attimo pur di  aiutare, come poteva, quegli esseri così fragili, ma così presuntuosi e così poco inclini alla gratitudine. La cosa che lo sorprese fu la scoperta di quanta paura avessero, e,come questo sentimento li costringesse a condurre un’esistenza infelice, senza cogliere il senso reale del dono della vita.

Tutti avevano paura, molti non ne erano neppure consapevoli e facevano ogni sforzo per coprirla e non sentirla. Avevano paura di morire , di ammalarsi,di rimanere soli, di perdere le certezze acquisite, ma la madre di tutte le paure era, stano a dirsi, quella di amare o essere amati. Per quanto fosse un bisogno che ciascuno riteneva fondamentale nella propria esistenza, facevano di tutto per evitarlo.Com’era possibile? si chiedeva, ogni volta che sperimentava questa condizione.

Forse l’amore non è fatto per gli umani, è contro natura, si interrogava. Certo, mettere l’altro ed i suoi bisogni al primo posto, mettendo sé stessi da parte, è molto complicato, si rischia di dipendere, di annullarsi e avere la percezione di svalorizzarsi e poi… se l’altro non fa lo stesso?

Troppo difficile dare una risposta, si ripeteva, meglio fare come fanno gli umani, quando una risposta è  difficile,  la soluzione è: “non pensarci e continuare a macinare cose da fare”. In questo gli umani erano davvero esperti, riempivano la vita di impegni per evitare di pensare, perché  pensare è molto pericoloso, si rischia di avvicinarsi troppo alla verità, che solitamente spaventa, meglio starne alla larga. Stava diventando più umano di quanto si aspettasse. Ma anche per l’ex angelo Erotip venne il momento di fare i conti con il supremo Giudice.

“Allora Erotip, chiese Dio,hai sciolto i tuoi dubbi”? Non tutti Signore, rispose ad occhi bassi l’ex angelo. Leggo nel tuo cuore, disse dolcemente il Buon Pastore, che ancora ti chiedi a cosa serve un Dio a questa umanità così confusa. Erotip annuì, alzando gli occhi di un colore azzurro come il mare. E’ semplice, proseguì Dio,” a infondere la speranza ed il coraggio che è possibile imparare ad amare” e dare al mondo la svolta che necessita. Lo so, tutti si aspettano i miracoli, talvolta capita pure,ma ogni uomo  deve trovare, da solo, il senso e lo scopo della propria vita ,è questo il piano che ho per ciascuno, per il resto, posso solo guardare dal mio”plastico”, soggiunse con lieve ironia. Non li ho abbandonati, anzi gli ho conferito una dignità regale.

Vedi” Io Sono l’Onnipotente, ma per mostrare il mio amore  agli uomini, ho bisogno di loro. Se voglio fare una carezza ad un bambino, mi servono le loro mani, se voglio confortare il dolore, ho bisogno delle loro parole, se voglio sfamare i poveri ho bisogno della loro carità. Anche la tua ribellione è servita a dare qualcosa di buono alle mie care “formichine”. Non sono arrabbiato con te, anzi  devo ringraziare te, i tuoi dubbi, se gocce del mio amore sono cadute sulle persone che hai aiutato.

Ora è tempo di riprendere le tue ali, “le ho custodito gelosamente”, e tornare al tuo posto accanto a Me. Ho ancora bisogno di te, continua a pensare con la tua testa e non aver paura se hai ancora dei dubbi, quelli servono a mettere a nudo la verità

La gabbia

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Roberto era un uomo di mezza età. Sposato con una donna sempre impegnata nelle faccende domestiche e nella cura delle figlie, due adolescenti che trascorrevano la maggior parte del loro tempo al cellulare o a chattare su face book. Di carattere schivo, Roberto, non era molto incline alla conversazione, soprattutto con quelle persone che considerava ottuse; il più delle volte, per evitare inutili ed estenuanti discussioni, tendeva ad essere accondiscende ed accomodante. 

Il suo motto era “faciteme sta quiete”. Tutto sommato, con gli accorgimenti che aveva adottato, la sua vita trascorreva tranquilla, forse anche troppo, senza particolari scossoni: lavoro, famiglia, qualche amicizia con la quale trascorrere i week end. Ma,paradossalmente, era proprio nei fine settimana che andava in crisi.

Il suo umore cambiava, si immalinconiva, ma soprattutto si annoiava mortalmente. Di sabato vi era una sorta di rituale: al mattino, la spesa al supermercato, al pomeriggio, passeggiata a vedere i negozi, la sera, la pizza con i soliti amici, a parlare sempre delle stesse cose, cioè degli altri. Sopportava il tutto con cristiana rassegnazione per evitare di innescare discussioni del tipo: se ti annoi tanto perché non organizzi qualcosa di diverso? Ma per Roberto il problema non era “cosa fare” ma con “chi farlo”, ma si guardava bene dal confessare i suoi pensieri.

Quel sabato sera, dopo l’ennesima cena a casa degli amici, nel corso della quale si era toccato l’argomento scottante dell’amore e dei disagi di coppia, era rimasto in silenzio limitandosi a qualche monosillabo e a qualche cenno con la testa, in pratica se ne stava su una comoda poltrona a fumare la sua pipa.

Sulla via del ritorno la moglie gli chiese cosa avesse per essere stato così assente, ai limiti della scostumatezza, in quella serata nella quale, lei, si era divertita. Roberto non rispose, mentre  nella mente gli risuonava la canzone di Pino Daniele je sto vicino a te: “ma che parlamme a fà….. sempe de stessi cose….. pè ce ‘ndussecà…. e nunce ‘ncuntrà ogni vota…. c’arraggia ‘ncuorpo e chi… jesce pazz  tutte e juorne pè capì”. Andò a letto e fece un sogno. Si trovava nella sua casa, ma era diversa, era un unico grande ambiente, senza muri divisori e senza porte. Ad un certo punto entra in casa la sua vicina, che con fare seduttivo, gli chiede di prendersi cura dei suoi uccellini  perché deve andare via per qualche giorno. Lui accetta e pone la gabbia sul tavolo e si siede ad osservare i canarini che svolazzano da una parte e dall’altra. Decide di aprire la gabbia e concedere a quei poveri prigionieri un po’ di libertà. Aperta la gabbia, alcuni si lanciano nell’ampia stanza, mentre altri rimangono immobili  sui loro trespoli.

Gli uccellini usciti volteggiano per la stanza, ma dopo qualche volo rientrano nella gabbia, ad eccezione di uno, di colore arancio intenso, che non vuole saperne di rientrare,anzi sembra cercare una via di fuga dalla stanza. Si posa in prossimità di una grande finestra e fissa con i suoi  occhietti  Roberto quasiad implorarlo di aprire quella dannatissima finestra. Roberto è titubante, ha paura che l’uccellino una volta fuori, possa non sopravvivere,  morire di fame o diventare cibo per altri animali; era vissuto  sempre in gabbia e non conosceva i pericoli del mondo esterno. Mentre, con la mano posta sulla maniglia della finestra, riflette sul da farsi, si sveglia. Man mano che rievoca le immagini del sogno, sente che quell’uccellino ha qualcosa di familiare e ,poco dopo, intuendo la verità sospira ed esclama : spesso i sogni ci dicono della condizione umana più  di quanto, noi stessi, siamo disposti a voler sapere.

Sacerdos in aeternum

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Don Carmine era un sacerdote di 45 anni. Era stato sempre un uomo attivo, una mente brillante,  particolarmente attento alle tenui aperture che Santa Madre Chiesa, con la sua proverbiale prudenza, proponeva. Sempre in prima linea, con un entusiasmo instancabilee con il suo sorriso”autentico”  affrontava tutte le questioni che i parrocchiani gli affidavano, senza mai risparmiarsi in generosità e solidarietà.

Figlio unico, viveva con la propria madre, ormai vedova da diversi anni, era cresciuto nel culto della fede e della donazione agli altri. Ma da qualche mese aveva cominciato ad accusare un malessere interiore di cui non ne comprendeva la ragione. Tutto il suo entusiasmo, la voglia di fare si stavano esaurendo. La celebrazione quotidiana del mattino non gli dava più lo slancio mistio di una volta. Innalzare quell’Ostia Consacrata era diventata routine, come indossare o togliere i paramenti sacri prima e dopo le celebrazioni, le emozioni che quel rito gli facevano provare, sembravano un ricordo del passato.

Di domenica, durante l’omelia ai fedeli, il suo sguardo si posava su quella platea, costituita in prevalenzadianziani, che lo ascoltavano ormai disincanti e desiderosi solo di tornarsene a casa a trascorrere la festività in compagnia di parenti o amici, con la coscienza di aver fatto il proprio dovere di cristiani. Aveva l’impressione che le sue parole scivolassero come l’acqua su un impermeabile. Ma più di tutto gli pesavano le confessioni, sempre le stesse persone che raccontavano sempre le stesse cose. Si ritrovava spesso a pensare alla sua condizione attuale facendo mille congetture.

Non può essere una prova di Dio, si ripeteva, perché mai il Padreterno dovrebbe ritenere giusto far soffrire gli amici, mentre i suoi nemici potevano stare lontani dalla sua ira? Non è possibile! Si rendeva conto del suo bisogno, che cresceva di giorno in giorno, di avere qualcosa per sé, affetto, attenzione, cura per quello che era, come persona, e non per quello che faceva. Mi manca una donna, la famiglia, i figli? Si domandava di continuo. E’ come se il Dio, in cui credeva fermamente, non gli bastasse più, il suo cuore si stava inaridendo ed era sempre più triste e solo.

Non poteva condividere il suo tormento con nessuno. Aveva tentato, con unsacerdote amico, di accennare qualcosa, ma aveva ricevuto un risposta lapidaria: f"orse è il caso che ti fai una bella settimana di ritiro spirituale così rimetti tutto a posto." Si trovava in un dilemma senza uscita, continuare così si sarebbe certamente ammalato, lasciare la Chiesa, non se parlava proprio, era un uomo che una volta preso un impegno lo avrebbe portato avanti a tutti i costi. Di fatti si ammalò, credette di impazzire.

Una notte fece un sogno: si trovava in Palestina, in pieno deserto,era caduto in una buca e per caso aveva ritrovato una pergamena che altro non era che il certificato di matrimonio di Cristo con la Maddalena; sto impazzendo, si disse al risveglio, devo fare qualcosa! Sono passati alcuni anni e la situazione è in parte migliorata, grazie anche all’aiuto di qualche pillolina che un medico amico gli ha prescritto. Don Carmine ha in parte ritrovato l’entusiasmo per la sua missione anche se il sorriso che aveva sembra essere morto dentro di lui.

Ogni sera, chiude le porte di quella che non sa più se considerare il suo rifugio o la sua prigione, si ritrova a camminare lunga la navata centrale della Chiesa, con le mani incrociate indietro, a recitare il Rosario. Mentre le labbra snocciolano meccanicamente le Ave Maria, la sua mente divaga su come sarebbe stata la sua vita se non avesse scelto di diventare sacerdote. Chissà se un giorno, Qualcuno, si chiede fissando l’enorme crocefisso posto ai lati della navata, manderà messaggi che possano porre fine a tante sofferenze ed inevitabili errori. Con questi pensieri se ne torna nella canonica a riposare, domani  è un altro giorno, probabilmente, uguale a quello precedente. Ma come si dice: sia fatta la volontà di Dio. Amen.

Resurrectio

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Salvatore era un uomo tranquillo cheaveva trascorso la maggior parte della suavita senza eccessivi scossoni e senza particolari slanci. Senza moglie né figli, aveva deciso di vivere da solo la propria esistenza, probabilmente per una profonda sfiducia nel genere umano, fonte a suo dire di continue delusioni ed incomprensioni.” Homo homini lupus” ripeteva a quanti provavano a fargli cambiare stile di vita.

Non era un uomo cattivo, semplicemente gli altri non lo interessavano, era indifferente a tutto ciò che gli accadeva attorno, il suo scopo era quello di prendere dalla vita tutto ciò che gli serviva per andare avanti decorosamente. A modo suo era soddisfatto della propria vita, anche se, a volte, la solitudine non era facile da sopportare, ma Salvatore non era tipo dascoraggiarsi, era profondamente convinto di poter attingere da sé stesso tutto il necessario per andare avanti. Ma  si sa: “ il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”.  

Era la sera del sabato santo e dopo aver cenato a casasi ritirò nel suo piccolo studiolo, si distese sulla sua comoda poltronaa sorseggiare  il suo brandy preferito, il Cardenal Mendoza, e accesela sua inseparabile pipa. Quella sera era particolarmente stanco e poggiata la pipa nel posacenere si assopì. Sognò di passeggiare su una spiaggia affollata di bagnanti; il sole picchiava forte ed il mare, di un colore azzurro favoloso, era leggermente increspato. Ad un certo punto la sua attenzione si concentrò su un bambino che stava costruendo un castelloe con un secchiello prendeva l’acqua dal mare per impastare la sabbia.

Ma ogni volta che prendeva l’acqua si allontanava sempre più dalla riva. Ad un certo punto Salvatore lo vide scomparire tra i flutti. C’era tanta gente sull’arenile,ma nessuno si accorse di cosa stava succedendo. Salvatore voleva gridare per attirare l’attenzione, ma la voce non gli usciva dalla  bocca, decise di soccorrere il bambino, ma le gambe si rifiutavano di  muoversi, si sentiva paralizzato. Vedeva di tanto in tanto il bambino riemergere e chiedere aiuto con le braccine sollevate.

Una profonda angoscia lo assalì, mai in vita sua si era trovano in una situazione del genere. Fece uno sforzo sovrumano e finalmente riuscì a muovere le  gambe che gli erano sembrate di pietra, si lanciò in acqua e afferrò quel corpicino appena in tempo per salvarlo da morte certa. Strinse a sé quel bambino e provò una gioia ed una tenerezza intensissima, non aveva mai provato un’emozione del genere e di quella intensità. Si girò quindi verso la spiaggia. C’era un silenzio assordante, tutta la gente della spiaggia si era radunata ed assisteva ammutolita, mentre Salvatore riportava il bambino a riva.

Ad un certo punto qualcuno della folla iniziò ad applaudire, seguito subito dopo da tutti gli altri; l’applauso era così fragoroso che si svegliò. Si sentiva molto provato come se avesse fatto una fatica immane, era sudato e ci mise del tempo prima si riprendersi completamente. Mentre sorseggiava l’ultimo goccio di brandy, riviveva le emozioni che quello strano sogno gli aveva fatto provare e si chiedeva che significato potesse avere. Man mano che si rilassava, in maniera del tutto involontaria , rivide il film della sua vita e provò unasensazione di vuoto interiore che non riusciva a spiegarsi.

Si rese conto improvvisamente che sopravvivere non era la stessa cosa di vivere, che forse l’idea di bastare a sé stesso lo proteggeva certo dalle sue paure, ma gli toglieva la possibilità di sentire emozioni gioiose come quelle provate nel sogno dopo il salvataggiodel bambino. Non sapeva da dove cominciare, ma siccome era testardo, era sicuro che avrebbe messo mano alla sua vita e tentato di cambiarla, almeno ci avrebbe provato. Bene, era ora di andare a dormire, l’indomani era il giorno di Pasqua ed avrebbe fatto certamente qualcosa di nuovo e di bello.

Corso per genitori

Inizio Novembre 2016

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